Ignorare la complessità

Fonte: www.comune-info.net

di Enzo Scandurra

Nella scuola e nell’università oggi trionfano la meritocrazia, la tecnocrazia e i risultati di ricerca (non per caso chiamati “prodotti”) che hanno una immediata utilità pratica. La ricerca resta dunque schiacciata dal “capitalismo tecnologico”, un modo di produzione basato sull’uso della scienza ma finalizzato alla valorizzazione del capitale in cui l’imperativo è recidere le connessioni. Eppure il mondo nel quale viviamo brulica di complessità perché ogni cosa è legata ad ogni altra come avviene in qualsiasi organismo vivente.

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Foto di David Mark da Pixabay

Nella scuola e nell’università oggi trionfano la meritocrazia e la tecnocrazia e i risultati di ricerca che hanno una immediata utilità pratica, perché con la cultura non si mangia.

A cosa servono gli studi di Svante Pääbo, premio Nobel 2022 per la Medicina e la Fsiologia? Se lo chiedessimo ai nostri politici, molti risponderebbero di certo che non servono a niente o a poco.

Direbbero che si tratta di un’inutile curiosità scientifica mentre i problemi sono altri, per esempio come formare il prossimo governo. Pääbo è considerato il padre della paleogenomica e i suoi studi e ricerche, durati un’intera vita, da quando si era laureato fino all’età di 67 anni, hanno rivoluzionato il campo della paleoantropologia dimostrando che a partire dal Dna arcaico è possibile ricostruire le tracce della nostra evoluzione. Così molti e ancora misteriosi aspetti delle nostre origini sono stati svelati. Si tratta di una ricerca scientifica pura, ovvero teorica, come quella, per fare un altro esempio, del Nobel Parisi sui sistemi complessi. I risultati di queste ricerche portano le nostre conoscenze scientifiche molto avanti e svelano alcuni segreti sia sull’origine della nostra specie, sia sul comportamento di alcuni fenomeni difficilmente rappresentabili.

Eppure le continue raccomandazioni che escono dai ministeri della scuola e dell’università, e numerose direttive europee, riconoscono oggi come “produttiva”, e di conseguenza premiano con finanziamenti, solo la ricerca applicata; meglio se con risultati immediati utilizzabili dall’industria militare. Nessuno dei due (Ministero e Ue) nasconde questi propositi, anzi li esigono nei loro bandi di finanziamento, sotto l’espressione: obiettivi attesi di grande utilità sociale.

Nella scuola e nell’università oggi trionfano la meritocrazia e la tecnocrazia e i risultati di ricerca (detti volgarmente “prodotti”) che hanno una immediata utilità pratica perché, come ebbe a dire un ministro dell’economia, con la cultura non si mangia. Nella ricerca prevale dunque un “capitalismo tecnologico”, ovvero un modo di produzione basato sull’uso della scienza ma finalizzato alla valorizzazione del capitale.

La tecnologia, un tempo ancella dalla scienza, è diventata autonoma, procede per accrescimenti successivi su se stessa e il suo rapporto con la scienza, quando c’è, condiziona la stessa scienza che, da attività di mera conoscenza, diventa progetto di dominio sul mondo: la Big-scienza, appunto, inaugurata con il progetto Manhattan di costruzione della bomba nucleare.

La scienza antica consisteva nella contemplazione del cosmo godendo di una assoluta autonomia, mentre quella moderna è condizionata da fini che sono esterni a essa (l’economia, la politica, il mercato, ecc.).

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Basterebbe questa inversione di paradigma (da conoscenza disinteressata a conoscenza finalistica) per riformare l’intera organizzazione dei saperi delle nostre scuole e università, dove si assiste alla quasi scomparsa degli studi umanistici confinati in una umiliante marginalità.

Il nostro Ministro Cingolani ha affermato che lo studio delle guerre puniche è troppe volte ripetuto nelle nostre scuole. Da “buon tecnologo” ed “esperto” di formazione scolastica, il ministro che dovrebbe condurci alla riconversione ecologica, fa capire che bisognerebbe mettere mano ai programmi scolastici (come se non se ne fosse abusato a sufficienza) per ridurre i contenuti umanistici a favore di quelli tecnologici; tendenza quest’ultima già affermata nel nostro Paese da anni.

Questa ideologia tecnocratica, sempre accompagnata da un riduzionismo scientifico e culturale, è quanto mai inutile per comprendere la crisi ambientale che ci sta portando sull’orlo del baratro. Recidere le connessioni sembra l’imperativo dominante, là dove il mondo nel quale viviamo brulica di complessità perché ogni cosa è connessa ad ogni altra come avviene in qualsiasi organismo vivente.

Non capiremo mai niente del mondo con la vecchia educazione scolastica che ci porta a considerarlo una macchina banale i cui componenti, indipendenti l’uno dagli altri, si possono riparare e sostituire alla stregua di un semplice meccanismo.

Sono trascorsi ben 50 anni dalla pubblicazione di quel meraviglioso libro di Rachel Carson, Primavera silenziosa. Fu la prima a prevedere, con forte anticipo sui tempi, gli effetti delle tecniche in agricoltura e la prima a denunciare pubblicamente i danni inferti alla natura dall’uso e abuso indiscriminato di insetticidi chimici (ddt e l’odierno glifosato): dalla deforestazione e dall’incontrollato intervento dell’uomo sull’ambiente.

Una cultura sistemica impartita nelle scuole e nelle università ci consentirebbe di comprendere come potremmo avere un rapporto più equilibrato con gli altri esseri viventi e con la nostra biosfera e forse come sopravvivere alla prossima apocalisse climatica.

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