Sognando l’Europa

Sognando l’Europa

 

In quindici mila sono sbarcati dal primo gennaio al diciotto giugno scorso nelle coste siciliane. Un dato in netto calo rispetto agli anni scorsi (nel 2017 gli sbarchi sono stati oltre sessantotto mila). Un rallentamento dei flussi dal Nordafrica determinato dalle politiche adottate in questi anni dal governo passato. Un problema complesso e difficile di cui dovrà farsi carico il nuovo governo che forse ha già le idee chiare su cosa fare: tutti a casa!

Una decisione politica rassicurante per tutti quegli italiani che hanno paura dell’uomo nero, dei giovani senza volto, senza passato e forse senza futuro che ciondolano nelle nostre città. C’è una parte d’Italia diffidente e sospettosa verso il “diverso” di chi ha la pelle di un altro colore ed è pure povero. Un’angoscia, invece, per i migranti che sono arrivati strozzati dai trafficanti di esseri umani, sfidando il Mediterraneo e accolti non sempre con benevolenza.

Uno smarrimento l’arrivo nella terra tanto sognata. Un sogno, che presto si trasforma per molti in enorme disagio e a volte in un incubo. Un miraggio che s’infrange negli incomprensibili e oscuri meandri burocratici che obbligano queste masse di essere umani a umilianti attese nei vari centri d’accoglienza prima di trovare la via verso un’Europa, che cinicamente gira la testa dall’altra parte. E una certa élite, di un’Italia che è stata culla della civiltà e della cultura rinascimentale e umanistica, teme che l’innesto di nuove categorie antropologiche, religiose e culturali possa rompere gli equilibri di un sistema economico,sociale,culturale dominante e  ormai consolidato.

La solidarietà di classe si trasforma in conflitto di classe quando una pesante crisi economica e sociale attanaglia un paese. La causa della crisi, del degrado, delle povertà non è mai di chi governa ma delle classi inferiori. Così nel paese si diffonde la paura, la rabbia, la xenofobia fra le classi più fragili della società scatenando la guerra tra poveri o schiavizzando “il diverso” nei lavori più umili e faticosi che nessun indigeno vuole più fare.

“Tornatevene a casa” E’ lo slogan che frange d’intolleranti gridano all’indirizzo di questi giovani migranti, oltre a episodi di violenza. Ma quale casa? Ma perché dobbiamo tornare a vivere nelle capanne? Ma perché dobbiamo morire di fame o essere arruolati e uccisi per una guerra che non vogliamo? Quale futuro possiamo costruire nelle nostre terre? Una giornalista di Rainews24, Angela Caponnetto, in un reportage sul Senegal e pubblicato sulla rivista DasNews racconta:

“Tambacunda una terra potenzialmente ricca ma impoverita da una miseria che mai avevo visto così profonda e disperata nonostante quello fosse uno dei paesi del Subsahara tra i più sviluppati. Ma che più ci si addentrava nell’entroterra e nelle zone del sud dove le città diventano villaggi di case di mota e paglia, dove la luce elettrica arriva per poche ore la sera solo grazie ai generatori di corrente, dove l’acqua è un lusso e le medicine, un miraggio.

Dove una bambina africana albina ha la pelle e gli occhi deturpati dal sole perché non ha gli strumenti sanitari per ripararsene. Dove le mamme mettono in braccia a ignoti stranieri i loro figli più piccoli nella speranza di dare a loro un futuro migliore.

Se non avevo mai avuto dubbi sul perché oltre alle guerre, a generare flussi migratori sono povertà, fame, carestie, dittature e governi corrotti che immiseriscono le popolazioni, dopo avere visitato il Senegal ne ho avuto la conferma. Perché si parte per non morire sotto le bombe ma anche per non morire di fame. E si parte per avere una vita migliore di quella che si prospetta tra i vicoli di sporche strade sterrate tra le capanne. O solo per avere quella possibilità di riscatto che a chi è nato in quei paesi non è concesso.

Quando verso la fine del viaggio siamo andati in giro a Wassandou, un piccolo villaggio in un’area del Senegal tra il Gambia e il Mali da dove parte il maggior numero di giovani verso la Libia e poi il sogno Europa. Lì abbiamo incontrato DùDu, l’unico giovane che ci concede un’intervista in mezzo a decine di occhi diffidenti.

DùDu ci racconta dei suoi amici partiti per il sogno Europa e morti in Libia prima di attraversare il Mediterraneo. Ci dice che non è giusto che i migliori giovani del suo paese siano costretti ad andare via. Ci fa vedere la sua casa e ci dice che ha ereditato dal nonno ettari ed ettari di terreno che non riesce a far fruttare perché non ha i mezzi. Servono attrezzature adatte alla coltivazione e soprattutto all’irrigazione. Vorrebbe avere accesso agli aiuti che arrivano dall’Europa: ma dove sono i soldi dei Fondi Europei per l’Africa? A noi non arrivano. Restano nelle mani dei nostri governanti. Questo è un paese dove c’è troppa corruzione ad alti livelli e l’Europa dovrebbe controllare dove vanno realmente a finire i soldi.”

Già dove vanno a finire i soldi? “L’Europa deve pensare a un grande Piano Marshall di aiuti e ricostruzione dell’Africa” rilancia in ogni occasione Antonio Tajani, presidente del Parlamento Europeo. Ma ancora all’orizzonte niente di nuovo.

Intanto, DùDu, ora fa parte di un progetto promosso e gestito dall’Associazione Don Bosco 2000 in Senegal per un percorso di formazione e di attività nell’ambito dell’agricoltura, artigianato e turismo da realizzare nella regione di Tambacounda. Il futuro per lui è qui, tra la sua gente, dove i piccoli sogni si possono realizzare.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.