Quale Welfare nel post Covid-19?

Quale Welfare nel post Covid-19?
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di Eugenio Bonanno

L’emergenza sanitaria, come quella della pandemia da virus Covid-19, che ci colpisce duramente da mesi e ci ha aperto gli occhi sui rischi globali delle patologie infettive, anche in paesi avanzati e dotati di un sistema di garanzie sanitarie di primo livello come il nostro, ci ha pure messo di fronte ad una cruda certezza : il nostro sistema di Welfare è diventato così fragile, che si fa quasi fatica a riscontrarlo!

Certo, negli anni recenti non sono mancate le voci di chi ha evidenziato i rischi di una sanità pubblica appiattita da un endemico sottofinanziamento, a fronte di una domanda crescente di servizi per quantità e qualità, ma soprattutto è mancata una visione strategica di revisione degli assetti di Welfare e di promozione della salute alla luce delle sfide più urgenti quali: l’invecchiamento, la cronicità, la disabilità, le disuguaglianze, l’inefficienza gestionale, gli stili di vita inadeguati. Come non ricordare, peraltro, che da circa 15 anni i tetti di spesa per il personale del SSN sono stati vincolati ai livelli del 2004 meno l’1,4% (!) e sottoposti ai tagli lineari delle somme in bilancio, piuttosto che all’utilizzazione del metodo della Spending Review, ed è solo nel 2019, con il D.lgs n. 35/2019, come modificato dalla legge di conversione n. 60/2019, che si è finalmente invertita la nefasta tendenza dei tagli in sanità con lo sblocco del turnover del personale!

Con la pandemia il sistema sanitario ha subito pertanto un altro forte stress test, mentre sono cresciuti di concerto le disuguaglianze sociali, la disoccupazione e la povertà, ( si calcola che oltre agli 8,8 milioni già certificati si devono aggiungere altri 5 milioni e mezzo di nuovi poveri!), con il risultato che l’emergenza sanitaria si è velocemente trasformata in una crisi socio-economica senza precedenti (per l’Italia il crollo del PIL per l’anno in corso è previsto in -10,8% e si tratterebbe del terzo anno peggiore da oltre 150 anni!).

A fronte di questo tsunami aumentano quindi anche i bisogni di protezione da parte dei cittadini e il ruolo del sistema Welfare diventa sempre più centrale, in quanto strumento di mitigazione degli effetti della pandemia e soprattutto diventa sempre più urgente prevedere, in cima all’agenda di lavoro della nostra classe dirigente politica e sindacale, la riforma del Welfare e delle sue ricadute su 3 fattori fondamentali: la sanità, il lavoro e la previdenza. Infatti, cosa si intende per Welfare? Comunemente si intende “benessere, ovvero tutte quelle prestazioni rientranti nell’ambito della tutela della persona, che in una società si attivano quando un cittadino o un lavoratore cadono in malattia, sono vittime di infortunio, invalidità, disoccupazione e vecchiaia, o nel caso del lieto evento di maternità” (da Oxford languages).

In altri termini è diventato sempre più cruciale riformare e ridisegnare l’architettura e l’assetto organizzativo del sistema socio-sanitario. Una società che si dice civile deve dare risposte concrete ed esaurienti, attraverso l’erogazione di servizi specifici a chi non è autosufficiente (giovane o vecchio che sia) a chi è ammalato fuori ospedale e vive da solo, a chi sta in quarantena e non può uscire.

Dopo la pandemia ci sarà da ricostruire e mettere ogni singolo nelle condizioni di affrontare malattie e vecchiaia ed aiutare chi, per le ragioni più disparate, si ritrova senza lavoro. In questa direzione si conferma la necessità di ripensare radicalmente l’integrazione territoriale fra sociale e sanitario. Basti pensare alla c.d. “assistenza domiciliare agli anziani”: come la classifichiamo intervento sociale o sanitario? O vogliamo ripensarla in modo integrato con una stretta sinergia fra i due interventi, sviluppando nuovi servizi a domicilio e potenziando gli attuali livelli di assistenza? Allo stesso modo un sistema di Welfare aggiornato deve prevedere una coerente integrazione fra ospedale e territorio, fra cure ospedaliere e cure primarie, dove in mezzo ci devono essere le Case della Salute e/o i distretti socio-sanitari riformati e operativi h24, restituendo un ruolo e uno status giuridico diversi ai MMG (Medici di Medicina Generale).

In altri termini occorre potenziare la capacità di accompagnare i flussi di pazienti che vanno dalle cure territoriali all’ospedale e/o viceversa e garantirne la continuità assistenziale”. La ”presa in carico“ del paziente malato non si può fermare alle soglie dell’uscita dell’ospedale e tanto meno delegarla in toto all’assistenza familiare laddove è presente.

Bisogna a monte decongestionare gli ospedali e ribaltare la filosofia ospedalocentrica e la strada da seguire è quella dei Presidi sul territorio.

Ricordiamoci, tra l’altro che, una volta debellata l’epidemia da coronavirus, dovremo fronteggiarne un’altra e altrettanto grave di epidemia e cioè quella del “disagio sociale”, che abbisogna di modelli organizzativi nuovi e diversi, senza che questo debba significare l’abbandono del principio all’universalità del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e tanto meno la mera monetizzazione (vista l’abbondanza di bonus!) di qualsivoglia bisogno vecchio e nuovo, barattandola con la rimozione effimera del bisogno stesso.

Per cambiare direzione di marcia, oltre alle grandi riforme, basterebbero anche piccoli interventi e, per es., i Comuni e le Aziende Sanitarie, laddove c’è volontà politica ed organizzativa, potrebbero da subito iniziare a creare e sviluppare programmi concreti legati al territorio. Come? Creando, senza aspettare Godot (Recovery found, Mes – meccanismo Europeo di stabilità, tavoli tecnici, ecc….), ma, coinvolgendo il c.d. Terzo Settore (associazioni di volontariato e servizio civile, imprese sociali, Onlus, ecc…) un Servizio Infermieristico Volontario in ogni comune per arrivare al c.d. <<Infermiere di quartiere o di condominio>>, data la carenza di personale infermieristico che lavora sul territorio, aggravata ultimamente dalle misure per contrastare la pandemia.

Così come il Ministero della Salute, l’Agenas, e gli Assessorati regionali alla salute, potrebbero rivedere i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e creare un nuovo modello di monitoraggio dell’assistenza territoriale con specifici indicatori di qualità e inserirli nel Piano Nazionale Esiti.

In un editoriale su “Il Mattino” del 1981 L. Sciascia spiegò come il terremoto nel Belìce del 1968 mise a nudo le fragilità economiche e sociali di quei luoghi e come le case non si potevano costruire con i vecchi criteri, così con gli stessi vecchi criteri non si poteva ricostruire la vita economica e sociale delle comunità terremotate. Sciascia quindi scriveva: dicono “ricostruire”, no “costruire”. Il concetto vale ancor più oggi dopo anni di crisi e oggi di pandemia, nel momento in cui si ha disperato bisogno di tornare a crescere senza sprecare la lezione della storia, crescere con modelli organizzativi, progetti e programmi aggiornati e testati, nel solco della migliore tradizione del Riformismo del nostro Paese!

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