Paolo Cacciari: manca un’idea di società davvero diversa cui valga la pena impegnarsi e a cui affidare le proprie speranze.

Paolo Cacciari: manca un’idea di società davvero diversa cui valga la pena impegnarsi e a cui affidare le proprie speranze.
Foto da www.italiachecambia.org

Paolo Cacciari, giornalista, scrittore, saggista, attivista nei movimenti sociali, ambientalisti e per la decrescita. E’ autore di numerosi saggi sui temi dell’economia solidale tra cui “Decrescita o barbarie”, “Viaggio nell’Italia dei beni comuni”, “Vie di fuga”, “101 piccole rivoluzioni”. Collabora tra gli altri con “Altreconomia“, Left e con il sito comune-info.net. A Paolo, attento osservatore dei fenomeni che caratterizzano il nostro tempo soprattutto nell’area dell’economia solidale e relazionale abbiamo rivolto alcune domande:

La parola più usata e abusata in questo momento è “cambiamento”. Tutti parlano di cambiamento. Il vecchio sistema mostra le sue crepe e si vuole cambiare. Ma verso quale direzione? Dove stiamo andando? E chi decide dove andare?

In effetti “cambiamento” nel discorso politico corrente è diventata una parola “ameba” – come avrebbe detto Ivan Illich – o caucciù. Per onestà intellettuale bisognerebbe specificare cosa, come, a favore di chi si vorrebbero cambiare le cose esistenti. Siamo in una situazione paradossale: tutti parlano di cambiare – anche con toni veementi, spesso ricambiati da una popolazione sempre più scontenta, arrabbiata, rancorosa – nel periodo storico in cui vige un “pensiero unico”, omologato e appiattito attorno alle ragioni dell’economia, della crescita del Pil, dell’aumento della produttività, dell’efficienza competitiva. Io temo, invece, che sia proprio la dittatura della ragione economica quella che bisognerebbe cambiare, perché genera catastrofi ecologiche insostenibili, ingiustizie sociali intollerabili, drammi umani insopportabili.

Stanno nascendo numerosi soggetti sociali, nuovi movimenti, nuove istanze dal basso, vedi le Banche del Tempo e le tante associazioni che fanno parte del Terzo settore. Ma questi soggetti avranno la forza di imprimere una svolta all’attuale paradigma sociale? Sono in grado di proporre e costruire nuovi scenari futuri?

E’ vero. Alla base delle nostre società, sotto i radar dei grandi mass media (che nulla vedono e nulla comunicano), si muove una galassia di gruppi, comitati, associazioni che sperimentano modi di vivere, di produrre e di scambiare beni e servizi, di usufruire dei doni del creato e dei saperi umani fuori dalla logica di mercato, dalla ricerca della massimizzazione del profitto, dell’accumulazione finanziaria. E’ l’economia sociale solidale (Social Solidary Economy) o trasformativa. Esperienze si trovano in tutti i campi e i settori dell’attività umana: nell’agricoltura biologica contadina, nel commercio equo, nel consumo critico e responsabile, nel welfare di prossimità, nella condivisione dei beni comuni, nella generazione energetica rinnovabile, nella finanza solidale, nel mutualismo… Oramai vi sono molti “imprenditori sovversivi” e “imprese eretiche” che tentano di badare di più agli impatti sociali positivi generati dalle loro attività che non ai risultati economici. Non ho dubbi che questa sia la strada giusta da imboccare sulla via della “conversione ecologica” e sociale di cui ha scritto anche papa Bergoglio nella enciclica Laudato sì e , in parte, anche negli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu.

Si sta registrando in questi ultimi tempi un clima di paura, di angoscia del vivere, il rifiuto del migrante, del diverso, i social traboccano di un linguaggio violento verso queste persone. Una certa politica e i media non fanno altro che moltiplicare queste paure. E’ il segnale della crisi valoriale del sistema o è un fatto congiunturale?

Temo che sia un fatto che deriva da una situazione strutturale, di crisi profonda di un modello di sviluppo socioeconomico e culturale occidentale di stampo capitalistico, giunto ad una fase di declino irreversibile. Una crisi multifattoriale, sistemica, “cognitiva” – afferma il grande filosofo Edgard Morin – , di senso. Ognuno di noi sente istintivamente, sulla propria pelle, che le cose non vanno nel verso desiderato. Precarietà, peggioramento delle condizioni di vita e dell’ambiente naturale che ci circonda, stress. Le nuove malattie sociali (nei paesi a più alto benessere) non sono più la pellagra e la silicosi, ma i disturbi mentali. E quando la gente sta male – senza che nessuno fornisca loro le spiegazioni vere delle cause – ragiona male, si chiude nella difesa dei propri interessi immediati, si aggrappa ai messaggi demagogici di imbonitori e “uomini forti”. Manca un’idea di società davvero diversa cui valga la pena impegnarsi e a cui affidare le proprie speranze. La politica si è ritratta al servizio dei grandi interessi economici di un pugno di compagnie transnazionali. Cambiare, quindi, è giusto, necessario e desiderabile. Ma per rovesciare i rapporti di forza oggi così straordinariamente favorevoli all’1% delle persone del mondo che possiede tanta ricchezza quanto il 50% della popolazione mondiale più povera. Le cui scelte economiche stanno portando il pianeta al collasso ecologico.

Intervista di Armando Lunetta

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