La madre del pensiero

La madre del pensiero

Fonte: www.comune-info.net

Deve ancora crescere e diffondersi una pedagogia dell’ascolto sistematica del pensiero infantile. Bambine e bambini rivelavano modi di pensare del tutto diversi dai nostri, ricchi di emozioni, con cui è necessario colloquiare perché, come ricordava Alessandra Ginzburg, l’emozione è la madre del pensiero. “Se vogliamo dare dignità a ogni espressione infantile – scrive Franco Lorenzoni -, dobbiamo attenuare l’incessante giudizio adulto e lasciare che emergano liberamente pensieri e parole da quel territorio misterioso, in cui logica e inconsapevolezza incontrollabile si intrecciano inscindibilmente”.

Da quando ho iniziato a insegnare molte cose sono cambiate e si è fatta strada una maggiore consapevolezza e attenzione verso le emozioni dei bambini. Deve ancora crescere e diffondersi, invece, una pratica di ascolto puntuale e sistematica del pensiero infantile nella sua globalità, come luogo privilegiato per la costruzione di una comunità che ricerca.

Ho avuto la fortuna di formarmi, nei miei primi anni d’insegnamento, nel Movimento di Cooperazione Educativa di Roma. A coordinare le attività c’era, tra gli altri, Alessandra Ginzburg, che alla fine degli anni Settanta dirigeva la scuola dell’Infanzia comunale di piazza della Scala a Trastevere, dove stava realizzando uno dei primi esperimenti di integrazione di bambini portatori di disabilità. Nel MCE romano lei guidava il gruppo Scuola dell’Infanzia, ma l’acutezza e profondità del suo pensiero ha profondamente influenzato tutti noi. In Premessa ad una pedagogia dell’ascolto nella scuola dell’infanzia e in un piccolo libro intitolato L’inconscio nella pratica educativa, Alessandra Ginzburg mette in luce alcune assonanze tra la logica dell’inconscio e alcune costanti del pensiero infantile, elaborando interessanti proposte educative a partire dagli studi che lo psicoanalista cileno Ignacio Matte Blanco aveva condensato in un libro sulla bi-logica, intitolato L’inconscio come insiemi infiniti.

A dare impulso a quella ricerca – insieme teorica e pratica – c’era l’esigenza di immaginare spazi e tempi capaci di accogliere tutti i bambini perché in quegli anni, per la prima volta in Italia, la scuola pubblica si apriva a bambine e bambini portatori di disabilità. Impegnata con altri nella lotta politica e culturale che rese possibile quell’apertura, Alessandra Ginzburg condusse una ricerca che coinvolse per anni un nutrito gruppo di maestre della scuola dell’infanzia e fu in quel contesto di grandi rivolgimenti che si elaborò e sperimentò una pedagogia dell’ascolto, fondata sul principio che prima viene il bambino con il suo mondo e le sue idee sul mondo e solo dopo – con grande cautela e rispetto per l’integrità e la coerenza di quel mondo – è possibile e opportuno offrire proposte educative e didattiche capaci di arricchire e nutrire quel mondo. Proposte che risultano tanto più ed efficaci quanto più sono capaci di stabilire un confronto aperto e un colloquio vivo tra modi di guardare il mondo profondamente diversi.

Ora, per prepararsi a quel tipo di ascolto, si doveva mutare il proprio punto di vista e, infatti, le insegnanti della scuola dell’infanzia coinvolte in quella ricerca, si formarono dando vita a incontri e laboratori di autoriflessione e autocoscienza, capaci di mettere profondamente in gioco chi vi partecipava. Si trattava, infatti, di scoprire come nel nostro pensare e anche nei nostri ragionamenti più astratti, la logica razionale si intreccia sempre, inevitabilmente, con la logica simmetrica dell’inconscio, dando vita a una bi-logica, che mescola e intreccia piani diversi, abolendo il principio di non contraddizione.

Essere consapevoli delle continue interferenze dell’inconscio nel nostro pensare il mondo permetteva, a noi giovani educatrici ed educatori in formazione, di ascoltare bambine e bambini dando dignità ai loro ragionamenti e alle loro ipotesi fantastiche, anche quando apparivano distanti dalla nostra logica adulta. Bambine e bambini rivelavano modi di pensare del tutto diversi dai nostri, con cui era necessario colloquiare e venire a patti perché, come non si stancava di ripeterci Alessandra Ginzburg, l’emozione è la madre del pensiero, sempre.

E dunque, se vogliamo dare dignità a ogni espressione infantile, dobbiamo attenuare l’incessante giudizio adulto e lasciare che emergano liberamente pensieri e parole da quel territorio misterioso, in cui logica e inconsapevolezza incontrollabile si intrecciano inscindibilmente.

Per aprirci ai modi altri del pensiero infantile, che sono fuori di noi e insieme appartengono alla nostra memoria profonda, ci muovevamo con il corpo, cercando di aprire i diversi sensi e tutti noi stessi, credendo ai giochi che via via andavamo facendo, proprio come fanno bambine e bambini.

Così abbiamo scoperto che nella trama del nostro pensare e ragionare da adulti si nasconde un ordito più arcaico, composto da fili che provengono dall’inconscio ben più di quanto generalmente riteniamo, e che i confini tra le associazioni che legano i nostri pensieri diurni e le sequenze di immagini che popolano i nostri sogni non sono poi così netti.

Oggi, nel curioso andirivieni delle mode pedagogiche, fa sorridere il fatto che da qualche anno tutti parlino di emozioni, da quando alcune scoperte nel campo delle neuroscienze insieme a pubblicazioni uscite da numerose università statunitensi, sembrano aver dato finalmente dignità teorica al peso delle emozioni nell’attività educativa, nota peraltro ad Atene, qualche millennio fa.

Tante maestre, educatrici ed educatori hanno l’abitudine di trascrivere i pensieri infantili che emergono dalle bambine e dai bambini quando disegnano, drammatizzano o giocano liberamente, quando discutono tra loro in modo strutturato o spontaneo. Ancora troppo raramente, però, questo straordinario repertorio di domande, affermazioni, considerazioni e ipotesi fantastiche è assunto da noi insegnanti come riferimento fondamentale e orizzonte dal quale partire e nel quale orientare la nostra pratica educativa.

Assumere pienamente la pedagogia dell’ascolto come fondamento dell’innovazione didattica comporta un nostro rimetterci in gioco in profondità perché, come ci ricorda Alessandra Ginzburg, alcune domande infantili sono “spesso inquietanti e insidiose rispetto alle salde certezze” che riteniamo di avere. Ma, forse, è proprio accogliendo queste inquietudini che possiamo coltivare quello stupore attento, così necessario per mantenere viva la relazione educativa.

Scritto da Franco Lorenzoni

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