La solitudine della storia

La solitudine della storia

Fonte: www.comune-info.net

Come si celebra la giornata della memoria in un paese smemorato? Secondo Franco Lorenzoni nella scuola e non solo nella scuola abbiamo il dovere di ripensare all’insegnamento della storia perché è evidente che qualcosa non va. C’è da superare la povertà dei libri di testo, la formazione limitata degli insegnanti, la non abitudine a pensare alla storia come luogo di connessioni. E se, ad esempio, studiassimo la matematica con la storia per scoprire che il sistema di numerazione posizionale viene dal mare grazie agli arabi e agli indiani? E se approfondissimo i temi del colonialismo anche con la storia orale dei migranti?

Tratta da unsplash.com

Come si celebra la giornata della memoria in un paese smemorato? Nella scuola e non solo nella scuola abbiamo il dovere di ripensare all’insegnamento della storia perché è evidente che qualcosa non va e qualche responsabilità ce l’abbiamo anche noi insegnanti in questa disaffezione così profonda verso il passato.

Nelle scorse stagioni migliaia di studenti in piazza hanno chiesto a noi adulti di preoccuparci un po’ più seriamente del futuro. Lo scorso anno oltre mille ricercatori, professori ed esperti hanno firmato un appello perché non si dimentichi il passato. C’è qualche possibilità che queste due spinte a sottrarsi alla dittatura del presente si incontrino?

Un’insegnante di Orvieto racconta che un suo allievo un giorno le ha domandato: “Perché dovrei studiare il passato se io vivrò nel futuro?”. Sembra una domanda sciocca e banale, ma se proviamo a prenderla sul serio, forse possiamo provare a capire perché, da dieci anni, oltre il 97 per cento dei ragazzi non sceglie la traccia storica nell’esame di maturità. L’abolizione di quella traccia ebbe un valore simbolico tale da suscitare scandalo e scalpore, ma se vogliamo cercare strade per provare a rivitalizzare l’incontro tra i ragazzi e la storia, credo non basti chiedere il ritorno di quella prova (ora reintrodotta) e sia necessario porci un bel po’ di questioni che riguardano la formazione di noi insegnanti e il funzionamento della scuola.

Un contesto nemico della storia

Tranne che per ristrette minoranze colte o fortemente politicizzate, ho la sensazione che date come il 1° maggio, il 25 aprile, il 2 giugno non dicano più nulla a bambini e ragazzi. Nelle famiglie regna una pressoché totale afasia riguardo alla storia e il racconto orale di fatti accaduti alle generazioni precedenti si è talmente affievolito da essersi spento, anche perché i genitori sono nati in anni ormai lontani dalle tragedie della guerra, che hanno sempre portato con sé la necessità di essere ricordate e narrate. La Storia con la S maiuscola, venerata dalle organizzazioni di massa e dai movimenti collettivi del secolo scorso, dagli anni Ottanta si è rapidamente trasformata in oggetto polveroso di cui disfarsi. La conseguenza è che genitori vissuti nell’ultimo trentennio non considerino più la narrazione storica come terreno fertile per l’educazione dei figli.

La povertà dei libri di testo

Molti libri di testo che circolano nelle scuole inferiori e superiori illustrano ancora la storia in modo lineare e riduttivo, privilegiando guerre ed espansioni di imperi a una più complessa e articolata storia della cultura, delle culture, che permetta a bambini e ragazzi di comprendere come arte, architettura, lingue, economia e scoperte scientifiche, insieme al trasformarsi delle istituzioni e all’altalenante espansione dei diritti plasmino le condizioni umane nei diversi continenti.

Ho avuto la fortuna di essere stato allievo di Emma Castelnuovo alle medie e nel suo insegnamento ogni regola e teorema matematico lei lo collegava alla storia, a chi lo aveva intuito e dimostrato. È con lei che ho imparato a dodici anni che le cifre posizionali che rivoluzionarono la nostra relazione con i numeri ci è arrivata dal mare, perché il Mediterraneo è sempre stato luogo ricchissimo di scambi culturali e ha permesso agli arabi di portare fino a noi le scoperte fatte da matematici indiani e cinesi. Ma perché la storia trovi senso nella scuola si deve nutrire e intrecciarsi con scienza e arte, letteratura e musica, statistica e demografia, che tanto hanno da dirci sul mondo che è stato e che verrà. Per far questo, tuttavia, noi insegnanti dovremmo avere tempi e luoghi in cui incontrarci, discutere, confrontarci su ciò che andiamo proponendo ai ragazzi, mentre nell’ordinamento attuale della scuola solo noi insegnanti di scuola primaria abbiamo due ore settimanali dedicate a una programmazione comune, necessaria a mio avviso in ogni ordine di scuola.

Quale formazione storica abbiamo noi insegnanti?

Ho la netta sensazione che la storia, da tempo avvilita e dimenticata nella società, non ha il respiro che merita neppure nelle università dove ci formiamo noi insegnanti, tanto che ben pochi tra i giovani docenti che arrivano oggi nelle scuole conoscono il ricchissimo dibattito storiografico che si è svolto negli ultimi decenni. La relazione tra microstorie e storia, l’apporto della storia orale, la complessità come paradigma indispensabile per affrontare grandi nodi concettuali è ancora confinata in circoli ristretti e raramente alimenta la prima formazione e la formazione in servizio di noi docenti. A Barbiana, oltre cinquant’anni fa, don Lorenzo Milani proponeva ai suoi ragazzi di confrontare ciò che scrivevano il Saitta e lo Smith con ciò che raccontavano della guerra i loro genitori e nonni analfabeti, mandati a combattere in trincea. Oggi che il mondo popola le nostre classi, abbiamo la straordinaria opportunità di ascoltare voci con memorie di diversi continenti alle spalle. E allora perché non raccogliere questi frammenti di storia orale confrontandoli con uno studio serio e approfondito di cosa è stato il colonialismo, quali tracce abbia lasciato e quali siano gli esiti delle lunghe e mai terminate lotte anticoloniali? Per fare tutto questo, tuttavia, c’è bisogno che noi docenti ci si abitui a lavorare con una ricca documentazione che vada ben oltre a ciò che forniscono i libri di testo e si sia capaci di fornire agli studenti materiali diversi su cui ragionare, discutere e mettere in forse certezze.

La storia, luogo di connessioni contro la semplificazione

Tre anni fa, leggendo e rileggendo in classe le cinque folgoranti righe con cui Erodoto dà avvio alle sue “Storie”, i bambini sono stati molto colpiti dalla sua scelta di voler dare dignità e memoria sia ai greci che ai barbari e dal suo domandarsi “la ragione per cui essi vennero in guerra tra loro”. Il giorno dopo Emilia è arrivata in classe trafelata e ci ha rivelato di aver capito il perché. Aveva infatti scoperto su wikipidia che Erodoto era figlio di una greca e di un persiano. Siamo stati così tutti felici di scoprire che la storia è nata dalla curiosità e dall’immaginazione di un sangue misto, dalla sensibilità di uno che è nato meticcio come Emilia, che è figlia di un uruguaiano e di una belga. A Erodoto, alla fine dell’anno Maia ha scritto una lettera: «Secondo me hai fatto una delle invenzioni più utili di tutte: la Storia! Senza la storia come avrebbe fatto Martin Luther King a sapere di Gandhi e della nonviolenza e quindi fare come lui? E noi? Noi come avremmo fatto a sapere di tutti voi? Ipazia, nessuno saprebbe chi era…». Ecco, quando la storia diventa luogo di connessioni inaspettate apre la mente e non può non appassionare ragazze e ragazzi.

Scritto da Franco Lorenzoni

* Maestro, tra i fondatori Cenci Casa-Laboratorio, straordinario punto di riferimento per scuole, insegnanti ed educatori. Il suo ultimo libro è I bambini ci guardano. Una esperienza educativa controvento (Sellerio 2019). Ha aderito alla campagna Facciamo Comune insieme. Altri suoi articoli sono leggibili qui

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