La loro resilienza

La loro resilienza

Fonte: www.comune-info.net

Quelli che sono in alto, da sempre, amano masticare e digerire parole e concetti spuntati in basso. Accade oggi con il termine resilienza, apparso nel nome completo del Recovery fund (Rf). Ma ad affermarsi è l’idea di resilienza spostata sugli interventi necessari ad aumentarla piuttosto che a ridurre gli impatti delle pressioni antropiche sui sistemi naturali. In Italia, a leggere i primi documenti su Rf, il quadro è inquietante: per il governo la priorità è solo “ridurre l’impatto economico” provocato dalla pandemia, “raddoppiare il tasso di crescita” e aumentare di 10 punti il tasso di occupazione. Costi (rete 5G, Alta velocità, grandi porti…) quel che costi.

Laghetto degli Acquedotti di Cinecittà, Roma. Foto di Antonio Citti
Laghetto degli Acquedotti di Cinecittà, Roma. Foto di Antonio Citti

C’è una nuova parolina magica che salverà il mondo: resilienza. Mutuata dalla fisica (la capacità di un materiale di mantenere le proprie caratteristiche dopo aver subito una perturbazione) è approdata alla psicologia umana e infine alla economia politica. Il mega-piano dell’Unione europea varato a giugno dal Consiglio, ora in discussione in Parlamento, per rilanciare l’economia post-Covid ha preso il nome di Recovery and Resiliance Facility Plan.

Secondo le definizioni delle agenzie Onu per resilienza si deve intendere: “The ability of any system to maintain continuity through all shocks and stresses while positively adapting and transforming towards sustainability”. Traducibile, più o meno, così: “La capacità di qualsiasi sistema di conservarsi nel tempo attraverso ogni shock e stress, adattandosi e trasformandosi positivamente verso la sostenibilità”. Il che ci riconduce tautologicamente al concetto di sostenibilità. Una vecchia conoscenza, che viene ora caricata di ambiguità ancora maggiori. Nel senso corrente, infatti, “resilienza” è intesa come sinonimo di elasticità e tolleranza: la capacità dei sistemi naturali di adattarsi alle pressioni antropiche. L’attenzione così viene spostata sugli interventi necessari ad aumentare la “resilienza” piuttosto che diminuire gli impatti. In questo senso la vicenda della pandemia da Covid-19 è esemplare: nessuna azione viene proposta sul versante della lotta alle cause primarie della zoonosi (la distruzione degli habitat naturali dove vivono in equilibrio animali selvatici, virus e batteri) e massimi investimenti sulla “prevenzione secondaria”, di tipo difensiva, igienica-sanitaria.

É dalla Dichiarazione dell’Onu sull’Ambiente umano della Conferenza di Stoccolma del 1972 che i potenti della terra inseguono lo Sviluppo sostenibile. In altre parole la crescita del valore monetario delle merci prodotte e vendute (il Prodotto interno lordo) e la contemporanea diminuzione (decoupling – disaccoppiamento) degli impatti del sistema produttivo e di consumo sull’ambiente naturale. Una chimera. Un fallimento più e più volte certificato dal progressivo surriscaldamento del globo, dalla perdita di biodiversità e di fertilità dei suoli, dall’acidificazione degli oceani, dall’aumento costante delle materie prime estratte dalla terra e dei rifiuti scaricati e, da ultimo, dalla diffusione delle epidemie. L’indicatore sintetico più semplice della deriva all’ecocidio è il consumo del “capitale naturale”, come si suole definire il tasso di estrattivismo degli apparati produttivi. Dal 1970 al 2017 il consumo mondiale di materiali è cresciuto ad un ritmo doppio rispetto a quello stesso della popolazione. Abbiamo raggiunto la impressionante media di 14,5 tonnellate annue pro-capite (acque escluse). In Italia non stiamo andando meglio (vedi il Rapporto 2020 del Circular Economy Network). Insomma, mentre il denaro messo in circolazione cresce come un fiume in piena, i “servizi” ecosistemici che il “capitale” naturale gentilmente ci mette a disposizione gratuitamente (ossigeno, acqua pulita, carbonio organico, azoto e fosforo al suolo, piante e animali di genere vario) degradano e collassano. Evidentemente c’è qualcosa nel sistema socioeconomico che funziona alla rovescia. Ha detto l’economista britannico Graeme Maxton, già segretario del Club di Roma, a proposito del Green Deal europeo: “Tutti vogliono trovare una soluzione semplice per poter continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto”. Ma, come ha scritto James K. Galbraith, occorrerebbe “modificare tutta la struttura di produzione”.

Giusto cinque anni fa, il 27 settembre a New York, centocinquanta capi di stato firmarono solennemente gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals). Un’Agenda traguardata al 2030 con diciassette obiettivi e 169 target specifici. Povertà e fame zero, lavoro per tutti e tutte, diminuzione delle disuguaglianze, salute e benessere, pace e soprattutto: acqua, energia pulita, rigenerazione della vita terrestre e acquatica. In Italia la benemerita Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS, animata dall’ex ministro del governo Letta ed ex presidente dell’Istat, prof. Enrico Giovannini, sostenuta dalle principali fondazioni bancarie, cooperative e gruppi industriali) sta promuovendo una settimana di iniziative celebrative e di bilancio dei trend e degli scostamenti rispetto ai target. Sarà un lavoro non facile. Molte delle tappe intermedie previste dall’Agenda 2030 sono già clamorosamente salate. Per di più tutti i governi sono impegnati a far fronte alle conseguenze economiche della pandemia da Covid-19 e non sembrano dare fede ai solenni impegni presi solo pochi mesi fa sul versante “verde”.

Per gli stati europei il banco di prova saranno i piani nazionali del Recovery Plan. Una sfida che il governo italiana sembra aver perso in partenza. Le Linee guida presentate da Conte e lo sterminato elenco di interventi contenuti nel documento “Progettiamo il rilancio” elaborato dal Comitato interministeriale costituito presso la Presidenza del consiglio sono un’incredibile accozzaglia di progetti che non fanno alcun riferimento all’Agenda 2030 e nemmeno alle modeste “condizionalità verdi” contenute nella Next Generation Eu e nel Green Deal Europeo. Per il governo italiano la priorità è semplicemente quella di “ridurre l’impatto economico” provocato dalla pandemia, “raddoppiare il tasso di crescita” e aumentare di 10 punti il tasso di occupazione. Costi quel che costi. La “transizione verde” viene considerata più come un’opportunità che un fine della riconversione ecologica degli apparati produttivi e dei comportamenti umani, necessari per avviare un percorso di sostanziale sostenibilità. La incredibile lenzuolata di interventi proposti – una accozzaglia di progetti di investimenti – inizia significativamente con la Rete nazionale di fibra ottica e con la Rete 5g. Passa attraverso la Intelligenza artificiale e la robotica e plana sul Voucher per le famiglie e le imprese che useranno i pagamenti digitali. Prevede il completamento delle tratte ad Alta velocità e di 39 opere stradali, grandi porti, collegamenti con aeroporti, ecc. Ma ci sono anche i sentieri nei parchi e l’“Italia in bici”. Impossibile dare conto di tutto ciò che è stato possibile rastrellare nei cassetti dei ministeri, nei libri dei sogni e in quelli contabili delle lobby dei promotori di project financing. Ce n’è per tutti. L’assalto alla diligenza che trasporta i 208,6 miliardi della Ue è partito e se ne vedranno delle belle. Torneremo a parlarne per capire se alla “rivoluzione economica” in atto, con l’abbandono del neoliberismo monetario e il ritorno al neokeynesismo della spesa in deficit, corrisponderà anche una rivoluzione ecologica.

Scritto da Paolo Cacciari

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