Insegnare è un atto politico

Insegnare è un atto politico

Fonte: www.comune-info.net

Da cosa e da come si insegna dipende la comunità nella quale viviamo. Insegnare significa prima di tutto imparare insieme a porre domande per essere scomodi ad ogni potere, ma anche accogliere l’incertezza, saper distinguere le persone dalle loro azioni, abbracciare l’altro da sé. E camminare con chi non ce la fa a restare seduto tra i banchi. Secondo Laura, insegnante in scuole della periferia romana poi volontaria nel carcere di Rebibbia, non si tratta di verificare se a scuola si fa politica, ne abbiamo la certezza più o meno dai tempi di Socrate, ma di capire che tipo di politica si fa.

Asilo Bosco Caffarella, Roma. Foto di Francesca Lepori

Insegnare è fare politica, diceva Matteo Saudino, insegnante di filosofia, l’anno scorso su Comune, in prossimità della riapertura delle scuole (Insegnare è fare politica). Io credo che questo vada ripetuto ad ogni inizio di anno scolastico, perché da cosa e da come si insegna dipenderà la polis che avremo.

Nel 1998 nel suo primo libro, Compagna luna, Barbara Balzerani, parlando di sé che, ragazzina, comincia con entusiasmo ad andare a scuola, dice che lì “alla conoscenza si paga lo scotto del giudizio e della competizione”.

cominciamo dal giudizio. Ben venga il ragazzo che dice: “No, professoressa, lei non può dirmi che sono un maleducato, che significa che sono maleducato dalla testa ai piedi e lo sono sempre; può solo dirmi che, in questa occasione, ho avuto un comportamento maleducato”. Ma se questo non rientra nel metodo d’insegnamento, se non ci si allena, tutti, a separare la persona dalle sue azioni e a convincerci che solo queste possiamo/dobbiamo valutare, all’interno della scuola chi continua a prendere voti negativi sarà giudicato incapace – e finirà con il sentirsi tale – , senza alcun giudizio sul metodo e sul contesto, e, all’esterno, chi si pone come “cittadino di sinistra” sarà pronto ad urlare contro Salvini che non accoglie i migranti, dimenticando Renzi e Minniti; e l’elenco sarebbe ben più lungo.

Anni fa, in un suo libro sulla riforma della scuola Romano Luperini parlava della classe scolastica come comunità ermeneutica in cui ci si educa, insieme, “alla responsabilità dell’attribuzione di senso, al rispetto delle posizioni altrui, a un’idea di verità come processo interdialogico e conflitto delle interpretazioni”; e concludeva che questo significa educare alla democrazia. “La verità è relativa, storica, processuale” continuava Luperini; lo studente che, “nella consapevolezza del carattere comunque parziale e relativo della propria interpretazione”, si impegna, comunque, ad accostarsi il più possibile alla verità, difficilmente sarà preda di un facile populismo.

E se nella scuola si rinuncia a quelle domande – in genere le più diffuse – che Paolo Perticari (in Attesi imprevisti) chiama “illegittime” perché le risposte sono scontate e si impara, invece, a porre e a porsi domande “legittime”, come sono quelle che la vita realmente pone, riuscirà poi, anche di fronte a una legge dello Stato, a verificare, prima di ogni altra cosa, se rispetta i diritti di tutti. In sostanza, l’esatto contrario dell’Imbuto di Norimberga.

Nella primavera del 2018, in una scuola di Messina, un’iniziativa, mai deliberata dal collegio dei docenti, prevede la partecipazione obbligatoria di tutte le alunne e gli alunni della scuola dell’infanzia, della primaria e della secondaria di primo grado. Si tratta del Progetto Esercito e Studenti Uniti nel Tricolore, che mira a promuovere tra i giovani il valore dell’identità nazionale ed esaltare gli atti di eroismo dei militari italiani nel corso della Prima Guerra Mondiale”. (. . .”prima gli italiani!”, no?).

E, questo, senza dimenticare gli orientamenti professionali, gli stage e le alternanze scuola-lavoro presso i reparti di guerra nazionali o nei consorzi industriali chiamati alla realizzazione di bombardieri, elicotteri, missili e altri mille sistemi di distruzione e di morte.

Ancora Paolo Perticari in La scuola che non c’è si chiede: “Come educare all’incertezza perché diventi costruttiva e non alimenti il nostro senso di insicurezza e di paura?” (altro che “decreto sicurezza” e affini!).

Negli ultimi anni del Novecento la scuola statale accettò il contributo di privati per avere laboratori più attrezzati, biblioteche più fornite. In un liceo Scientifico di Roma venne un rappresentante della Confindustria e disse che erano pronti a farsi carico della creazione, e successivo graduale arricchimento, di un laboratorio; in cambio chiedevano che la scuola si impegnasse a far uscire giovani con una preparazione di alto livello (livello che avrebbero fissato loro); si accontentavano che questo livello venisse raggiunto dal 70 per cento dei ragazzi. “E l’altro 30 per cento dei ragazzi?” chiese un professore, tra i più interessati al laboratorio. “Il resto, scarto”, fu la risposta.

E rinunciammo al laboratorio; la competizione, e conseguente eliminazione, era implicita nel progetto. Intanto, capitava anche di trovarsi tra le mani un volumetto in cui erano pubblicate poesie di alunni, in genere di scuola media; pubblicazione finanziata da qualche banca. In sintesi: scuola, esercito, industria, banche.

Queste, ed altre, le responsabilità dello Stato, cui si aggiungono quelle di singoli insegnanti: l’insegnante che dice: “Non sei adatto allo studio”; o che scrive, nel giudizio conclusivo della scuola media, “Non è in grado di proseguire gli studi. . . “; giudizio ed emarginazione fin troppo evidenti, a conferma di quanto scriveva Franco Basaglia in Crimini di pace: “la scuola crea emarginati e analfabeti“; l’insegnante che consiglia ai suoi alunni di andare a lezione privata (secondo Carla Melazzini – Insegnare al principe di Danimarca – di fatto dice al ragazzo che da solo non ce la può fare, sempre per sua colpa); l’insegnante di storia che parla di “terrorismo” come fenomeno degli anni Settanta o come caratteristica della cultura islamica, ma nulla dice, o nulla sa, del “terrorismo umanitario” di cui parla Danilo Zolo.

Alcuni anni fa, nel carcere romano di Rebibbia, Kudra, un detenuto del Burundi, che frequenta il biennio dell’ITC, mi porta il tema che ha svolto in classe; vuole che io lo legga e che ne discutiamo. ”Salute, amicizia, famiglia, tempo libero, lavoro, benessere e sicurezza economica sono valori di vita che tutti noi dovremmo perseguire. Analizza tali valori, individuandoli a seconda dell’importanza che assumono per te”. In quante altre scuole, anche all’esterno, sarà stato proposto? È solo banale? la maggior parte degli orrori della storia e dei reati che si scontano in carcere possono convivere con questi valori; non c’è nessuna apertura all’altro, alla sua dignità, ai suoi diritti. Quando, poi, mi stupisco che nello svolgimento Kudra, giovane molto in gamba, abbia detto che come amico vorrebbe Fabrizio Corona, lui, calmissimo, mi risponde: “Laura, se voglio raggiungere i valori che il tema propone, giusto lui posso scegliere, mica gli sfigati come me!”. E nel carcere minorile di Casal del Marmo un ragazzo a chi gli chiede se lui è andato a scuola: “Certo risponde, ed era una delle migliori: severissima! proprio come un carcere”. E da quella scuola lui era uscito; per poi finire in carcere. Forse solo pochi mesi; e ritorna nel suo quartiere.

Qualche tempo dopo: “Il ragazzo cammina per le strade di un quartiere di periferia, uno qualunque che tanto si somigliano tutti. Con la testa che è altrove. I suoi occhi non riescono a fissarsi su nessun punto: un intonaco di anonimato copre i blocchi di cemento e si attacca anche ai destini dei tanti nessuno che ci vivono dentro. Lui è uno di cui la scuola ha fatto distrattamente a meno, consegnandolo alla strada, più generosa di occasioni per farsi valere. [. . . ] Dello sparo sente solo il rumore. Non capisce che stavolta è toccato a lui. Muore per vecchi o nuovi motivi di una guerra iniziata per la sua irrequietezza di ragazzino che non riusciva a rimanere seduto sui banchi di scuola” (da Uno in La sirena delle cinque di B. Balzerani, Derive Approdi).

Ma, se non si vuole arrivare a chiudere la scuola, una rilettura di Ivan Illich Descolarizzare la società, con postfazione – guarda caso – di Paolo Perticari, sarebbe, comunque, ancora utile; se ne esce con l’impegno, per ciascun cittadino, a fare della scuola una “sorvegliata speciale”, non per verificare se, lì, si fa politica (ne abbiamo la certezza fin dai tempi di Socrate), ma per capire che tipo di politica si fa. Ben venga “l’educazione come atto politico” – lo sostiene con forza Rosaria Gasparro, straordinaria maestra, e altre/i -, “che non può che essere scomoda ad ogni potere che chiede conformità e consenso“. Si capisce bene, allora, che in un Convegno sulla scuola come quello organizzato nel 2018 da Officina dei saperi – e fortunatamente molte altre sono le iniziative di quel tipo – ogni discorso sulla scuola sia squisitamente politico e che, all’interno, la passione con cui Francesca Prestia propone alcuni brani del suo repertorio serva a far capire che “Mare nostrum” non è affermazione di possesso ma proposta di accogliere in un abbraccio l’altro da sé.


Insegnante in scuole della periferia di Roma poi per molti anni volontaria nel carcere di Rebibbia (dove ha promosso iniziative culturali insieme ai detenuti e alle detenute), ha aderito alla campagna Ricominciamo da 3.

Scritto da Laura Fersini

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