«È l’ora del capitalismo responsabile»

«È l’ora del capitalismo responsabile»

Fonte: www.vita.it

di Marco Dotti

Se la crisi del 2008 ha avuto origine dalla turbofinanza, e si è ripercossa sul piano economico e sociale, la crisi innescata dalla pandemia ha mostrato come finanza e credito siano strumenti utili per governare la complessità a partire dall’idea che utili e utilità sociale non sono necessariamente in contrasto fra loro.

Corrado Passera, Illimity
Corrado Passera

Nata nel giugno scorso la Fondazione illimity ha l’obiettivo di «creare nuovi spazi di inclusione, coesione e benessere condiviso anche attraverso la rigenerazione di asset immobiliari da destinare a progetti di utilità sociale e con forte attenzione ai temi di sostenibilità (ESG)». Nata da illimity Bank S.p.A., come ente distinto, la Fondazione è l’occassione per ripensare qualcosa che va oltre il ruolo delle banche, ma attraverso quel ruolo rifletta criticamente su un sistema spesso al centro di crisi e turbolenze.

Ne parliamo con Corrado Passera, CEO di illimity, che spiega come «i progetti promossi dalla fondazione avranno l’obiettivo di reinventare gli spazi per trasformarli in luoghi di inclusione in grado di generare un impatto positivo e sostenibile sulle comunità anche attraverso un ecosistema di partnership molto aperto».

Oltre la pandemia

La pandemia ha cambiato molte cose, ma sembra aver mutato soprattutto il contesto…

La pandemia, di per sé, non rappresenta uno spartiacque. Non c’è un prima a cui consegue un dopo. La pandemia è stato, piuttosto, un acceleratore e un evidenziatore di alcune tendenze che erano e sono ampiamente in corso. Il più profondo di questi trend è l’incertezza. Dopo un periodo di euforia e “certezze da progresso”, la pandemia ha aggravato potentemente e, spesso, inconsciamente un equilibrio che si pensava di aver raggiunto. Ne è nata una grande paura, tanto sul piano individuale, quanto su quello collettivo: la pace nel mondo durerà? Il welfare e le conquiste sociali a cui eravamo abituati resteranno? Saranno ancora sostenibili? Le tecnologie toglieranno più lavoro di quanto riusciranno a generarne? A queste incertezze sociali, aggiungiamo poi alcune incertezze ecologico-planetarie: il clima renderà invivibili alcune aree della terra? Che impatto avranno questi mutamenti sulla salute, la convivenza, la socialità umana? Questo è lo sfondo su cui la pandemia ha agito da moltiplicatore di incertezza. Quando si accumula incertezza questa incertezza rischia di diventare paura e la paura… panico ovvero paura di quanto è sconosciuto.

Siamo esposti al rischio quotidiano di convivere con l’incertezza, ma anche alla necessità di elaborare un progetto?

C’è un grande substrato di incertezza che cresce giorno dopo giorno e a cui non si dà risposta in termini di leadership etico-culturale, ma anche di interpretazione fiduciosa della realtà. Quando all’incertezza sistemica non si affianca la sfida di un progetto intelligente e capace di generare fiducia e speranza le comunità vanno in gravissimo disequilibrio e rischiano di implodere.

Il tema del capitalismo responsabile riemerge in questo contesto…

Il punto economico della situazione critica e di incertezza a cui abbiamo accennato è indubbiamente quello che viene posto sotto stress con più violenza. Da qui, la necessità di rielaborare un concetto di capitalismo che sia attento ai segni dei tempi. Esistono, infatti, molti modelli di capitalismo. Ognuno di questi modelli ha una sua anima ma, alcuni, l’anima l’hanno persa per strada.

Corrado Passera, Illimity
Corrado Passera

Altri modelli si sono invece dimostrati diversi da quanto credevamo: fino a qualche anno fa si credeva, ad esempio, che il capitalismo potesse esistere solo in contesti politicamente democratici. Abbiamo visto che non è così. Esistono, pertanto, molteplici possibilità di combinazione tra diversi capitalismi e diversi modelli sociali. Nella nostra parte di mondo – in particolare nel mondo anglosassone ha prevalso negli scorsi anni un modello neoliberista

Un modello che tende a credere e a far credere che il mercato si autoregoli e tenda all’equilibrio e il comportamento degli attori sia di per sé razionale. Tutte cose che la storia ha mostrato non essere vere, ma che restano come dogmi. Una via d’uscita da questo meccanismo che, oramai, si è ripiegato su se stesso può nascere se guardiamo a sistemi che si basano su un modello di capitalismo regolato e, in questo senso il modello Europeo – con molte differenze tra i vari Paesi – si è certamente dimostrato più capace di garantire equilibrio tra mercato e diritti.

Ridefinire le regole del gioco

Si tratta di un processo di critica interna al sistema?

Si tratta di fare evolvere il nostro sistema economico che, come la democrazia, ha molti difetti, ma non c’è di meglio. Ma, prima ancora di immaginare riforme sistemiche, dobbiamo chiederci se stiamo facendo funzionare il sistema secondo le regole del sistema stesso? Ci raccontiamo che esiste un antitrust, ma poi lasciamo creare mostri per cui in molti settori “the winner takes all”. Fatto, questo, che è contrario all’assunto stesso del capitalismo imprenditoriale nel quale io personalmente continuo a credere. Ma lo stesso potrebbe dirsi per le regole sulla privacy o quelle relative ai paradisi legali.

C’è poi un tema di sostenibilità. Un capitalismo fondato sul debito sul lungo periodo non è sostenibile, così come un capitalismo improntato all’esclusiva competizione in luogo della cooperazione genera alla lunga più disuguaglianze di quante non ne appiani.

Una torsione, questa, che abbiamo visto all’opera nella crisi precedente, quella del 2008…

La crisi del 2008, crisi del turbocapitalismo, aveva radici finanziarie angloamericane che si sono sparse per il mondo. Quella crisi è stata figlia diretta del “laissez-faire” in ambito finanziario. Ma, se non regolata, la finanza non tende all’autoregolamentazione, bensì alle bolle. Tende a esasperare i percorsi, anziché a trovare un equilibrio. L’assunto ideologico che la finanza possa regolarsi da sé ha prodotto un effetto domino: la crisi del credito è diventata crisi finanziaria, quella finanziaria è diventata crisi economica, quella economica è diventata sociale e politica. Molti dei movimenti populisti e di rifiuto totale del sistema sono germinati lì. La crisi attuale, però, è di natura esogena, sanitaria, e ha scosso il sistema da fuori, anziché da dentro. Dandoci ancora una volta l’occasione di ripensare il nostro percorso, ripensando il capitalismo.

Da dove iniziare?

Primo passo: scegliere tra quei modelli di capitalismo che sono vicini alla nostra cultura in cui valori come libertà e uguaglianza, merito e solidarietà devono trovare un loro equilibrio. Secondo passo: far funzionare le regole che, oggi, non funzionano e non vengono fatte rispettare. Terzo passo: proviamo ad andare oltre. “Oltre” significa, appunto, renderlo più responsabile in termini di responsabilità sia ambientale, che sociale, che finanziaria.

Con quali leve?

Le leve su cui agire sono innanzitutto culturali. Il “bene comune” non è il naturale prodotto nato dal fatto che ciascuno di noi persegue il proprio interesse. Di per sé, perseguire il proprio interesse non è un male, anzi. Semplicemente non basta. Il bene comune è una ulteriore, precisa responsabilità “in più” da condividere e non delegabile in toto a nessuno, nemmeno allo Stato.

Un “di più” che, spesso, non viene praticato, ma neppure viene misurato dove c’è…

Da anni, infatti, si lavora a nuove metriche. Il PIL non basta. Abbiamo bisogno di misurare il fatto che, nel momento in cui si persegue una crescita così come è misurata dal PIL, si contemperino anche esigenze che chiamiamo di sostenibilità. Perché queste metriche si diffondano quanto il PIL devono essere poche, semplici e confrontabili nei vari Paesi.

I progetti promossi dalla fondazione avranno l’obiettivo di reinventare gli spazi per trasformarli in luoghi di inclusione in grado di generare un impatto positivo e sostenibile sulle comunità anche attraverso un ecosistema di partnership molto aperto.

Corrado Passera

La finanza, che assunta come “fine” nel 2008 era stata un acceleratore di crisi, oggi ritornata alla sua natura di “strumento” potrebbe aiutare nel percorso verso un capitalismo della responsabilità?

Nel 2008-2009 la finanza è stata la causa della crisi. Al contrario, nella reazione alla crisi conseguita alla recente pandemia la finanza – o, meglio, il credito e l’utilizzo di risorse pubbliche e private – è stata parte della soluzione, non del problema. Se nella crisi economica conseguente alla crisi sanitaria non ci fossero stati meccanismi come per garantire credito a tutti i livelli questa crisi sarebbe stata enormemente più costosa sul piano sociale. La finanza è stato uno degli strumenti con cui si è riusciti a gestire la crisi.

All’interno del mondo della finanza, ne faceva cenno poco fa, c’è il credito…

Da qui l’idea di far nascere Illimity. Illimity nasce, prima del Covid, perché il settore, stravolto in positivo dalle nuove tecnologie, consente di creare una banca senza vincoli col passato. Dall’altro, però, nasce per fare una cosa che le banche tradizionali fanno poco o non fanno per nulla: il credito alle piccole e medie imprese. Non le classiche piccole e medie imprese facili da finanziare, ma quelle che ancora non hanno ancora bilanci particolarmente solidi, ma hanno l’audacia, il coraggio, i piani e il potenziale per crescere.

La seconda categoria, oggi vastissima nel nostro Paese, è rappresentata da piccole e medie imprese che hanno avuto qualche “incidente” ma dispongono del potenziale per rimettersi in asse. Il Covid ha moltiplicato esponenzialmente questa seconda categoria.

Corrado Passera, Illimity
Corrado Passera

La terza categoria di credito nella quale ci siamo specializzati è il cosiddetto “corporate distressed credit” dove si interviene su situazioni di definitiva crisi, ma dove si riesce spesso a recuperare valore.

Illimity è costruita attorno a queste aziende. Con una finalità imprenditoriale, ma anche di utilità sociale. Abbiamo un motto interno che recita: “far utili ed essere utili”. All’interno di questi grandi mondi, così rilevanti nell’economia italiana, circa tre anni fa ci siamo chiesti che cosa potessimo fare di più… e ne è nata Illimity: oggi siamo quasi in 700 professionisti provenienti da oltre 200 diverse organizzazioni.

Fondazione Illimity: un primo passo di co-design sociale

Torniamo al tema del capitalismo responsabile…

Esattamente. Non ci volevamo fermare, ma andare oltre. Un oltre che ha portato alla costituzione della Fondazione Illimity. In piccolo, è ciò che ci eravamo inventati a Intesa con Banca Prossima. Nel concreto, abbiamo creato una Fondazione che ha la capacità di fare progetti sociali e di utilità sociale, dove possono venire utili nostri immobili che mettiamo a disposizione.

Perché una fondazione?

È un veicolo attraverso il quale è più facile interloquire con università, comuni, enti non profit. Nel concreto, oltre a beni immobili che abbiamo nel nostro portafoglio, mettiamo a disposizione competenze e progettatori sociali. Stanno così nascendo molti progetti, che nei prossimi mesi vedremo concretizzarsi tutti all’interno di questo spirito: andare oltre il credito aziendale utile (il credito alle piccole e medie imprese e alle imprese in difficoltà), usando le nostre competenze per fare qualcosa che sia di piena utilità sociale. Si tratta, per noi di mettere insieme. “Mettere insieme” significa sinergia e progettazione paritaria.

Quali soggetti che state coinvolgendo in questo dialogo?

Imprese sociali, enti del terzo settore, ma anche amministrazioni locali. Il bello di questa attività è che non si limita a conferire immobili a un dato ente, ma crea le condizioni affinché si possa progettare insieme qualcosa che renda bello, utile e di valore ciò che si genera anche grazie a quell’immobile. Un esempio è l’albergo sociale: mettiamo a disposizione un immobile che genera lavoro per categorie vulnerabili, accoglie soggetti con particolari fragilità, si sostanzia in un’economia sostenibile.

Si tratta di un lavoro di tessitura tra soggetti e competenze. In una parola: è co-design sociale, dove il protagonista rimane l’impresa sociale o l’associazione. Impresa o associazione che trovano nell’ente – in questo caso Fondazione Illimity – il complemento di competenze necessario per far succedere le cose. E quando le cose succedono, anche i cambiamenti positivi non tardano ad arrivare.

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