Il Covid ha dimostrato che il modello di sviluppo capitalistico non funziona

Il Covid ha dimostrato che il modello di sviluppo capitalistico non funziona

Fonte: www.farodiroma.it

Claudio Mellana, capitalismo

L’esperienza della pandemia da coronavirus ci ha probabilmente spinti a riflettere sulle inconsistenti certezze antropocentriche, sulle fragilità di un sistema economico che sembrava infallibile e sulla relazione uomo-natura dimenticata spesso per inseguire falsi miti individualistici. Le ripercussioni che lo squilibrio di questo rapporto comporta sono sistemiche con conseguenze a livello globale sull’ambiente, la società, l’economia e la salute.

L’impatto dell’uomo è visibilmente e evidentemente insostenibile per l’intero ecosistema di cui dobbiamo reimparare a sentirci parte. Il modello di sviluppo capitalistico illimitato e sconfinato non funziona e il concetto può risultare più chiaro se pensiamo alle risorse naturali di cui ci nutriamo, spiritualmente e fisicamente. Noi tutti ogni giorno siamo parte attiva dell’ingranaggio in quanto consumatori, ogni giorno compriamo sicuramente cibo e per ciò dovremmo conoscere il sistema della produzione alimentare e prendere coscienza che scegliere cosa mangiare è un atto politico.

“Numerosi studi hanno indicato l’insostenibilità dell’attuale sistema agroalimentare basato sulla produzione su larga scala di un piccolo numero di specie vegetali e animali, sotto forma di vaste monocolture e la produzione di animali confinati in “fabbriche proteiche”.

La creazione di agglomerati di migliaia di animali confinati in piccoli spazi è una fonte inesauribile di moltiplicazione di malattie, alcune delle quali circolano tra loro, ma altre finiscono, attraverso mutazioni, per saltare dagli animali agli umani”

( Agrobusiness e pandemia – Paolo Alentejano. Dal sito comune-info.net )

Le monocolture, caratterizzate da una pressoché nulla funzionalità ecologica, sono prive della naturale capacità di autodifesa e perciò necessitano di massicci trattamenti con pesticidi dannosi per l’ambiente e per l’uomo.

Inoltre, per rendere possibili tali colture, assistiamo a una pericolosa deforestazione e distruzione degli habitat e quindi all’assottigliamento dello spazio naturale con conseguente compromissione dell’intero sistema ecologico e della sua intrinseca capacità di mantenere una biodiversità in equilibrio (compresi virus e batteri).

Perciò non solo gli allevamenti sono pericolosi incubatori di virus e batteri ma tutto il sistema distruttivo dell’agrobusiness.

Questo meccanismo difettoso all’origine è un circolo vizioso che non si autosostiene ed è arrivato al capolinea.

Anche il sistema dell’approvvigionamento di cibo ai tempi del covid e del lockdown è stato messo a nudo: e se non si potessero percorrere migliaia di chilometri per portare il cibo in caso di pandemia o altro evento inatteso?

È evidente che l’alternativa a questo sistema agroalimentare è una forma di agricoltura locale, rispettosa dell’ambiente e della biodiversità e non per ultimo anche delle comunità rurali e delle tradizioni locali.

Una conversione agroecologica, cioè un’agricoltura che si basi sui principi del rispetto, della sostenibilità e dell’economia solidale è l’unica alternativa auspicabile che valorizzi la capacità produttiva dei piccoli agricoltori locali donandoci la possibilità di prenderci maggior cura e consapevolezza dell’ambiente in cui viviamo e quindi di noi stessi. Una “rivoluzione agraria” che già alcuni movimenti perseguono (Movimento dos Trabalhadores Sem Terra, MST) da leggersi non solo come un’alternativa alimentare ma come modello e spunto per combattere gli interessi del capitale.

Scritto da Sara Bucciarelli

Vuoi essere aggiornato circa le nostre notizie o condividere con noi qualche notizia o evento?

ISCRIVITI alla nostra pagina Facebook