Facebook, le grandi paure e la solitudine

Facebook, le grandi paure e la solitudine

Fonte: www.comune-info.net

Molti i pensatori ci hanno messo in guardia sulle relazioni sociali vissute solo, o principalmente, in modo virtuale. Diversi anni fa, persino l’Economist, un settimanale che non mette certo la felicità di tutti al centro della sua attenzione, intitolò un suo articolo così:  “Facebook nuoce alla salute. Fatevi una vita! L’uso dei social network sembra rendere le persone più infelici”. La lucida analisi di Zygmunt Bauman resta però probabilmente il monito più preciso su di un rischio che continuiamo di fatto a ignorare, quasi un’invettiva: Mark Zuckerberg ha capitalizzato 50 miliardi di dollari puntando sulla nostra paura di essere soli, scrisse il filosofo polacco che ha elaborato il concetto di “società liquida”, per poi aggiungere che: “i detentori del potere si affannano a ingigantire le incertezze esistenziali che hanno dato forma allo spettro e perennemente lo ricreano; puntano a fare qualsiasi cosa per rendere quello spettro il più tangibile e credibile — il più «realistico» — possibile. Dopo tutto, la paura ufficiale dei loro soggetti è ciò che, in ultima analisi, li mantiene al potere”. Noi, intanto, isolati come non mai, in un territorio che però promette di abolire la solitudine, ogni giorno entriamo nel network con un atteggiamento da venditori: dobbiamo vendere noi stessi come merce, posizionarci sul mercato trovando il settore adatto, offrire qualcosa che soddisfi una domanda.

Uno studio condotto dalla psicologa Melissa Hunt e pubblicato piuttosto recentemente sul Journal of Social and Clinical Psicologhy ha messo in evidenza la paura di essere tagliati fuori dalla rete, il fear of missing out. La dedizione e la dipendenza dai social genera lo spettro di non essere considerati e riconosciuti nella piazza virtuale. Secondo la Hunt, questa paura profonda porterebbe maggiore solitudine e depressione. L’Economist qualche anno fa fece un servizio dal titolo: Facebook nuoce alla salute, fatevi una vita. L’antropologo Marino Niola propone invece l’asocial network.

Lo psichiatra Alessandro Meluzzi parla di un punto di non ritorno dal web e afferma che ciò che è privato inevitabilmente diventerà sempre più pubblico, vendibile e commercializzabile. Non solo paura, solitudine, e internet addiction (dipendenza), ma anche enfatizzazione dei tratti narcisistici, è quello che emerge da uno studio dell’Università di Milano in collaborazione con l’Università di Swansea in Gran Bretagna. Su internet, quindi, si proietta un proprio sé grandioso, onnipotente, decontestualizzato dalla vita sociale reale, che può arrivare a svilupparsi creando nelle persone disturbi di personalità o vere e proprie patologie.

Tra le voci autorevoli che hanno analizzato i problemi sollevati dall’utilizzo continuo dei social, resta comunque un punto di riferimento essenziale l’analisi di Zygmunt Bauman.

Una miniera d’oro della solitudine

L’analisi puntuale e profonda lasciataci dal sociologo polacco Zygmunt Bauman su una realtà liquida dove le relazioni si trasformano in connessioni superficiali che si possono interrompere con un semplice click, tasto delete, mostra un’umanità non più capace di confrontarsi offline, di stabilire legami, di creare comunità. Un’umanità fluida ma, allo stesso tempo fragile, che esorcizza paure e solitudini rifugiandosi nei luoghi virtuali: “ I social network sono una trappola. Tutto ciò che era solido si è liquefatto, i rapporti umani sono diventati effimeri”. 

Questo il monito di Bauman, che ci mette in guardia su come i social siano il contraltare oscuro dell’intimità: “Il tempo dell’estimaté, dove il privato è pubblico, dove non c’è più l’intimità, ma l’esposizione: Sui social primeggiano i legami umani precari. Amori senza volto e senza impegno. Ondate di sentimenti e idee che oggi ci sono e domani scompaiono. Persone intrattenute mentre il potere, politico ed economico, le controlla sempre di più e meglio. I social network invitano a esporsi per mostrare e dimostrare chi si è. Certo, scegliamo di mostrare solo il lato più presentabile. Formiamo piccole comunità che gestiamo a nostro piacimento. Siamo piccoli dittatori nel regno del nostro account. Decidiamo chi è dentro e chi è fuori. Le assenze e le presenze non finiscono per interessarci completamente”. Amori e relazioni liquide nell’incapacità di un dialogo profondo con l’altro, nell’incertezza costante, usando termini “baumaniani”, di un presente e un futuro per nulla sicuro.

La paura degli esseri umani, la loro solitudine diventa così fonte di nutrimento sia del potere che dei grandi gruppi imprenditoriali: “La solitudine, l’essere abbandonati sono le grandi paure di questa società individualista. Nella vita online nessuno sente realmente la tua solitudine. E’ un fenomeno strano, ambivalente. Siamo tutte persone sole e allo stesso tempo stiamo virtualmente insieme. E’ una situazione molto confusa. Facebook è semplicemente una miniera d’oro di solitudine che ha fatto guadagnare a Zuckerberg milioni di soldi. 

Bauman prosegue ancora così: “Come generatori di paura ufficiale, i detentori del potere si affannano a ingigantire le incertezze esistenziali che hanno dato forma allo spettro e perennemente lo ricreano; i detentori del potere puntano a fare qualsiasi cosa per rendere quello spettro il più tangibile e credibile — il più «realistico» — possibile. Dopo tutto, la paura ufficiale dei loro soggetti è ciò che, in ultima analisi, li mantiene al potere. Tuttavia, in una società disgregata e ridotta a un ammasso di attori individuali (costretti a fingere la loro autosufficienza), i detentori del potere potrebbero anche essere tentati di appoggiarsi sempre di più su di noi, i loro stagisti insicuri, precari, non retribuiti e non tutelati, che vivono la loro vita frammentata in una società la cui frammentazione è da loro voluta, alimentata e giornalmente riprodotta”.

Non solo paura e solitudine, spettri sociali che hanno generato incertezza e fragilità, quindi, ma anche egocentrismi, auto-celebrazioni, di cui i social sono sia l’eco che lo specchio. Siamo dominati dal bisogno di sentirsi riconosciuti, di avere un pubblico che ci guarda, ci condivide, ci dà un riconoscimento attraverso dei like. Il cogito ergo sumcartesiano diventa oggi la pratica di consumo e di vendita di noi stessi, del nostro ego-egocentrismoSiamo tutti consumatori, entriamo nel network con un atteggiamento da venditori: dobbiamo vendere noi stessi come merce, dobbiamo posizionarci sul mercato trovando un settore, offrendo qualcosa che soddisfi una domanda. Analizzando lo scenario attuale e volgendo lo sguardo a un’ ipotesi sul futuro, chi tiene a cuore la propria privacy è visto con sospetto, poiché stiamo entrando nell’era della cultura del confessionale dove ci si confessa, oggi, davanti ad un microfono. Le vecchie pratiche sociali vengono abbandonate: tutto è detto a tutti. Dobbiamo essere consapevoli di essere di fronte a una scelta: una vita che sia vivibile e gratificante va costruita su terreno solido”.

Tra egocentrismo e narcisismo virtuale

Bauman non si ferma solo a un’analisi della società contemporanea, ci chiama a una scelta sull’utilizzo dei mezzi virtuali. Il puro e vuoto virtuale ha potenziato i nostri ego in casse di risonanze vuote di sentimenti, ha stabilito legami brevi, liberi, di facile consumo, ci ha messo al riparo dai rischi di confronti reali. Ci ha risucchiato in un’isola solitaria, dove pensiamo di sentirci meno soli, ha dato adito a maggiori fraintendimenti e conflitti dovuti alla mancanza di una vera comunicazione, ha aumentato la competizione, perché tutti devono essere qualcuno senza tenere in considerazione l’altro. Ci ha posto in una posizione individualistica ed isolata dietro a uno schermo, dove si deve apparire, primeggiare a tutti costi. 

Potremmo definire i social come un territorio di quello che abbiamo dentro, ma anche di contenuti di valore, di sapere accademico, scientifico. Un luogo incontrollato, come tutto il mondo web, dove è facile manipolare, dare, distribuire, informazioni false. Un luogo di profitto per le grande aziende, dove noi stessi diventiamo sia il prodotto che la merce, consumatori e consumo. Celebrità povere che, creandosi altri account e profili, hanno il bisogno di scrivere la propria biografia su wikipedia, di formattare la propria storia. Una storia non riconosciuta nei luoghi deputati destinati a farlo. Ed ecco così che anche il mondo virtuale livella e omologa, squalifica chi ha valore e valorizza le non-qualità. Nello sterminato mondo del web, con le sue infinite informazioni, continuiamo ad essere analfabeti funzionali.

Sarà bene meditare a lungo sulla grande lezione che ci ha lasciato Zygmunt Bauman: “L’opinione della maggioranza (che l’accesso a Internet avrebbe creato «un habitat ideale, politico e democratico») è andata incontro a un’amara delusione. L’accesso al web si è rivelato essere non una ricerca di più illuminazione, di più ampi orizzonti, di conoscenza di concezioni e stili di vita che si ignoravano, al fine di instaurarvi quel dialogo che l’«habitat democratico ideale» richiede.

La maggior parte delle ricerche sociologiche in merito mostra che la maggioranza degli utenti usa Internet attratta non tanto dall’opportunità di accesso, quanto da quella di uscita (exit). Questa seconda opportunità si è finora rivelata più allettante; è ampiamente usata più per costruirsi un rifugio che per abbattere muri e aprire finestre; per ritagliarsi una comfort zone tutta per sé, lontano dalla confusione del caotico e disordinato mondo della vita e dalle sfide che esso pone all’intelletto e alla tranquillità dello spirito; per prevenire la necessità di dialogare con persone potenzialmente irritanti e stressanti, in quanto di opinioni diverse dalle nostre e difficili da comprendere, e di conseguenza la necessità di impegnarsi in un dibattito e rischiare di uscirne sconfitti.

Con il semplice espediente di cancellare ciò che non si desidera appaia o di bandire l’accesso a ospiti indesiderati, la rete permette uno «splendido isolamento» puramente e semplicemente irrealizzabile e inconcepibile nel mondo offline (provate, se ci riuscite, a raggiungere lo stesso obiettivo per strada, nel vicinato, sul posto di lavoro…). Anziché servire la causa di ampliare la quantità e migliorare la qualità dell’integrazione umana, della reciproca comprensione, cooperazione e solidarietà, il web ha facilitato pratiche di isolamento (enclosure), separazione, esclusione, inimicizia e conflittualità.”

Scritto da Dale Zaccaria

Continua a seguirci sui nostri social, clicca qui!


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.