E se il coronavirus aiutasse a diffondere l’economia solidale?

E se il coronavirus aiutasse a diffondere l’economia solidale?

Fonte: www.valori.it

Diego Moratti (Rete economia solidale): il lockdown ha imposto un ripensamento delle abitudini. Molti si stanno avvicinando al mondo del consumo critico. Un’opportunità da sfruttare.

Un quinto del territorio italiano è a rischio desertificazione e il depauperamento del suolo rischia di ridurre della metà la produzione agricola.

A pandemia da coronavirus ancora in corso, si cerca di cogliere i segnali per un suo superamento positivo. E il mondo dell’economia solidale, quello dei gruppi d’acquisto (i GAS) e della filiera corta, delle relazioni tra consumatori critici e piccoli produttori, del cibo sano e del prezzo giusto, sta scoprendo una piacevole verità: ha per ora risposto bene alle difficoltà. Non solo. L’economia solidale ha rafforzato la certezza che certe buone pratiche consolidate possono risultare vincenti sul modello di agricoltura intensiva. Di più: proprio grazie alle restrizioni da lockdown la platea di consumatori interessati a stili di acquisto “alternativi” si sta ampliando.

«Numerose abitudini quotidiane sono cambiate obbligatoriamente a causa del virus, con la conseguente potenzialità di radicare – o iniziare ex novo – l’affermazione di pratiche più sostenibili» conferma Diego Moratti, membro del direttivo nazionale della neonata Rete Italiana Economia Solidale (la sua nascita come RIES è stata ufficializzata appena prima dello scoppio dell’epidemia). «Tali pratiche, se integrate e sommate vicendevolmente, possono incidere e portare un cambiamento effettivo, sociale ed economico».

Diego Moratti, coordinatore della rete bergamasca di cittadinanza sostenibile e membro del direttivo nazionale della Rete Italiana Economia Solidale

Questa crisi potrebbe diventare dunque uno spartiacque?

È esattamente quello che, nel momento fondativo della nuova RIES mercoledi 22 marzo, è emerso. Abbiamo interpellato oltre 70 rappresentanti di realtà da tutta Italia: c’è stata una forte convergenza sul valore dell’occasione storica che abbiamo di fronte.

Quale contributo possono fornire concretamente le realtà dell’economia solidale per rilanciare il settore agricoltura dopo la crisi da coronavirus?

«Abbiamo attivato relazioni con altre reti di produttori e con attori impegnati nella difesa dell’agricoltura contadina in direzione dell’agro-ecologia: il primo obiettivo è stato proporre ai parlamentari più sensibili il possibile riconoscimento dei nostri sistemi di produzione e distribuzione di cibo di qualità nei decreti governativi via via emanati. Il secondo obiettivo è ora ricercare linee unitarie d’intervento per il dopo-virus all’interno di un periodo medio-lungo di crisi economica, la più grave degli ultimi 100 anni (cioè dal ’29)».

Quale ruolo svolge l’economia solidale nella produzione sostenibile di cibo, nella transizione verso un’agricoltura bio, nei processi di inclusione sociale?

«Le realtà dell’economia solidale sono soprattutto destinate a un mercato “interno” e a una domanda “consapevole”, che conosce i produttori e li sceglie per una serie di motivi (non tanto per una presunta convenienza o comodità da supermercato). Per questi motivi (sostenibilità ambientale, inclusione sociale, forme cooperative) il consumatore decide di essere “solidale” con il produttore.

Questo concetto cardine, anche in tempi di crisi economica, può consentire la “tenuta” del sostegno a quella parte dell’agricoltura sostenibile – biologica, ad inclusione sociale – che fa leva sulle nostre realtà di GAS, mercati di piccoli produttori e pratiche similari. Sempre che queste attività siano consentite in termini legali e di sicurezza nei vari decreti emergenziali».

All’economia civile si riconoscono flessibilità e resilienza. In questa crisi, RIES e GAS hanno confermato simili caratteristiche?

«Da un incontro a distanza organizzato da RIES a fine marzo con un centinaio di partecipanti, per lo più “gasisti”, sono emerse risposte “creative” delle filiere locali di produzione e distribuzione di cibo genuino rispetto alle norme contenute nei decreti governativi. Questi ultimi hanno posto vincoli ai nostri sistemi di relazione, a tutto vantaggio della grande distribuzione. Abbiamo valorizzato queste esperienze, fornendo a chi era in difficoltà una serie di materiali per facilitare il riconoscimento, anche formale, da parte di sindaci e prefetti, delle attività dei GAS o dei piccoli produttori che si sono proposti per fare consegne a domicilio.

verdura ortaggi, km zero, gas, mercati agricoli, agricoltura biologica, cibo, prodotti locali 2 – Credit: Corrado Fontana

Dopo una iniziale battuta di arresto, molti gruppi d’acquisto si sono rimessi in moto reinventando modalità di approvvigionamento dei prodotti, di immagazzinamento degli stessi e di consegna alle famiglie. Ad esempio, si sono proposti i GAS condominiali e si sono adibiti nuovi spazi di smistamento dei beni pensati per mantenere il distanziamento sociale.

Altre realtà hanno sviluppato piattaforme per ordini online o telefonici oppure si sono inserite nei circuiti di aiuto sociale dei vari comuni, di informazione e consegna delle protezioni civili locali o di gruppi di volontari nati per l’emergenza. Insomma resilienza e flessibilità si confermano qualità tipiche per questi circuiti di approvvigionamento alternativo».

Riuscirete a indurre anche un ripensamento del modello agricolo attuale in senso maggiormente sostenibile?

«Tutti i soggetti della Rete Italiana di Economia Solidale – i GAS, le organizzazioni del commercio equo solidale e della finanza etica –  sono consapevoli che i notevoli cambiamenti delle abitudini delle persone, seppure obbligati, danno un’eccezionale occasione di riflettere su quanto i nostri consumi, anche alimentari, impattano sull’agricoltura, sull’ambiente e sull’economia in generale.

Siamo certi che il modello dell’economia solidale risponde a molte  criticità che il sistema di agroindustriale e di spersonalizzazione delle relazioni economiche ha portato agli estremi. In particolare, penso alla sostenibilità ambientale e all’inquinamento. La crisi provocata dalla pandemia, quindi, può essere utilizzata per diffondere le nostre buone pratiche. A patto che queste riescano a essere colte e riconosciute dai cittadini e dalle istituzioni come un modello migliore e preferibile, alternativo e concretamente attivabile».

Scritto da Corrado Fontana

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