C’eran una volta le “signorine” della Standa

C’eran una volta le “signorine” della Standa
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Riflessione sull’emancipazione della donna nel mondo del lavoro: il voto di castità per lavorare nelle cattedrali del consumo.

La Standa apre i battenti a Caltanissetta a metà del secolo scorso. Era nata, una ventina di anni prima, per iniziativa dell’imprenditore Franco Monzino.

Gli originari locali di corso Umberto I sono piccoli ma adeguati al quantitativo delle merci in vendita e ad un’economia ancora in affanno, tanto da richiedere il lavoro di appena quattro ragazze. La sede successiva, sul lato opposto della stessa strada, è più spaziosa.

Nel 1952 i grandi Magazzini Standa troveranno la loro definitiva allocazione nello stabile di corso Vittorio Emanuele, inizialmente solo su un piano, presto anche ai due piani superiori. La scelta logistica è perfettamente rispondente alle disposizioni diramate dall’azienda su tutto il territorio nazionale: i locali devono essere ampi, accoglienti, ben illuminati, centrali, visibili. E tali sono i nostri, a pochi passi dalla frequentata piazza Marconi, sede degli uffici di posta e telegrafo e capolinea per le corriere provenienti dalla provincia.

I nuovi magazzini offrono mercanzia varia, dalle coperte all’oggettistica per la casa, per una clientela che vuole spendere in maniera oculata, a prezzi vantaggiosi. I prodotti sono esposti in maniera scientificamente ordinata per attrarre l’attenzione e indurre all’acquisto.

Le signorine della Standa, che molti in città chiamano “Standine”, a inizio e fine turno vengono accompagnate da un familiare cui è affidato il delicato compito di tutelarne l’onorabilità e di scongiurare innamoramenti che possano condurle alla scelta di accasarsi presto. Non esiste ancora, negli anni Cinquanta, un contratto collettivo a tutela delle lavoratrici madri e le signorine verrebbero indotte a dare le dimissioni volontarie qualora decidessero di prendere marito. La gravidanza e la maternità sono considerate un impedimento alle prestazioni lavorative e perciò un danno per l’imprenditore, al quale l’espediente “raffinato” delle dimissioni evita l’incomodo del licenziamento.

In quei lontani anni cinquanta, solo poche decidono di abbandonare il posto di lavoro e sposarsi. Le più combattive, sostenute dalla famiglia, rinviano le nozze o rompono il fidanzamento. Quasi tutte prenderanno marito nel decennio successivo quando, per effetto della legge n. 604 del 1966 che disciplina la materia del licenziamento individuale, i loro piani non avranno più ostacoli.

In breve diventano più di cinquanta. Tutte donne, fatta eccezione per i magazzinieri e i fattorini. Guadagnano tredicimila lire al mese, hanno la tredicesima e la quattordicesima e sono corteggiatissime. I loro spasimanti le attendono all’uscita. I più sfacciati hanno l’ardire di omaggiarle di fiori e dolciumi durante il turno, fingendo di chiedere suggerimenti su un improbabile acquisto. Non sanno che alle commesse è fatto divieto di parlare a lungo con i clienti, di accettare regali, di incoraggiare le avances. Sulla correttezza del loro comportamento vegliano le assistenti di vendita pronte a riferire al direttore qualsiasi anomalo movimento. Pettinarsi o mettersi il rossetto durante il turno le rende passibili di richiami e multe. Questo le ragazze lo sanno bene, ma c’è qualcosa cui non riescono ad abituarsi, qualcosa che ne offende la dignità. Dopo la chiusura al pubblico, mezzogiorno e sera, alcune di loro vengono sottoposte a un rigoroso controllo per accertare l’eventuale sottrazione di denaro. Si procede così: vengono sorteggiati alcuni numeri cui corrispondono le cifre che le identificano – per altro visibilmente stampigliate sui camici – per passare poi al cosiddetto “spoglio”. Sono palpeggiate da una collega-assistente che fruga nelle tasche, tra i capelli (che alcune portano intrecciate), persino nell’orlo delle gonne. Sono sottoposte a interrogatori spiacevoli che possono anche concludersi al cospetto del direttore, chiamato a rivestire il doppio ruolo di investigatore e di giudice.

Le commesse sono coadiuvate nel lavoro dalle aiuto e dalle apprendiste. Le più in gamba diventano caporeparto. Sono tutte obbligate a seguire i corsi di formazione tenuti dal direttore, per conoscere gli elementi basilari di psicologia, merceologia, matematica, economia domestica. Devono inoltre aggiornare periodicamente un quaderno personale, con considerazioni e suggerimenti finalizzati all’ottimizzazione della produzione e all’incremento delle vendite.

Da maggio a settembre, a turno, fruiscono di dodici giorni di ferie, con l’opportunità di scegliere tra il mare e la montagna. Le mete sono Rimini, Roccaraso, l’Abetone. Vitto e alloggio in albergo e viaggio in treno sono gratuiti, totalmente a spese dall’azienda. E’ un mondo suggestivo e insospettato quello che si apre alle Standine, per la maggioranza nuove all’esperienza di una vacanza al di là dello Stretto, nell’epoca in cui i litorali solitamente frequentati sono quelli di Gela e Falconara, per altro unici sbocchi al mare della provincia nissena.

Tutto ciò sino a metà degli anni Sessanta, con i Monzino. Poi sarà la volta della Montedison, nel momento in cui gli impiegati della filiale nissena sono più di settanta. Alla fine degli anni Ottanta la Standa viene ceduta alla Fininvest e, nel giro di un decennio, subirà il tracollo: anche gli impiegati nisseni vivranno la cassa integrazione, i prepensionamenti, i licenziamenti. L’avventura, lunga mezzo secolo, ha termine quando è in atto la crisi peggiore del secondo dopoguerra.

Perdere un ulteriore pezzo della storia locale ci ha fatto molto male. E’ stato un indotto importante per la città, ha costituito un fatto culturale e un significativo fenomeno di costume. Acquistare alla Standa ha significato fruire delle ultime novità immesse sul mercato, a prezzi popolari. Sul marciapiedi antistante le sue vetrine, un tempo sede permanente di affollati capannelli di ogni età, si sono conclusi affari, intrecciati rapporti, prese decisioni. Darsi appuntamento alla Standa ha voluto dire socializzare, scambiarsi opinioni, crescere, vivere la città, animarne il cuore. Dopo, è stato il diluvio dei megacentri commerciali, della crisi, della desertificazione del centro storico.

Scritto da Vitalia Mosca

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