Attraversare il conflitto

Attraversare il conflitto

Fonte: www.comune-info.net

Abitare il conflitto significa imparare a costruire ponti e ad abbattere muri. Certo, non è un percorso scontato. Ma da Chieti arrivano due buone notizie. La prima: è possibile farlo perfino con il canto, il teatro, la matematica, la musica, il disegno ma anche con ago e filo per cucire libri di storia dell’altro. La seconda: se ad imparare sono prima di tutto gli insegnanti i frutti sono di tutta la società.

La foto di questa pagina sono tratta dalla pagina facebook di MCE Cantieri per la formazione

Si sono concluse venerdì 5 luglio a Chieti quattro giornate di laboratori e incontri organizzati dai Cantieri per la formazione del Movimento di Cooperazione Educativa. Alla conferenza iniziale e ai sei laboratori di due giornate piene hanno partecipato oltre centotrenta insegnanti da tutta Italia per affrontare il tema del conflitto nell’educazione.

L’idea di formazione che da decenni si pratica nel MCE parte sempre da un “inciampo”, dal metterci in gioco, sapendo che, solo se noi educatrici ed educatori siamo in ricerca e ci mettiamo continuamente in discussione, possiamo tentare di offrire a bambine e bambini la possibilità di prendere la parola, esprimersi ed aprirsi al confronto, ponendo le basi per costruire conoscenze in una scuola realmente democratica.

I laboratori hanno affrontato, con molteplici linguaggi, diversi campi di conoscenza: dall’intreccio tra storie personali e “grande storia” al confronto con dissonanze e armonie nel canto; dal teatro come scoperta di sé sin dal nido e dalla scuola dell’infanzia, alla scoperta di quanta matematica formale si possa rintracciare in un “testo libero di matematica”, seguendo le indicazioni di Paul Le Bohec; da come disegnare e rintracciare mappe nella città arrivando a costruire un villaggio capace di mettere in relazioni le nostre case reali e immaginarie, fino all’idea che, per ricucire le ferite della nostra vita e alleviare le tante sofferenze infantili che incrociamo nella scuola, si possano e si debbano utilizzare la bellezza e una cura costante di spazi, materiali e relazioni, per permetterci di scoprire e rivelare fragilità e potenzialità presenti in ciascuno di noi (a proposito di linguaggi per imparare a gestire i conflitti, leggi anche Dal litigio nasce la pace. Cinema e scuola).

Poiché nei laboratori MCE spesso le metafore vengono prese alla lettera, per ricucire ferite sono stati utilizzati aghi e fili e due macchine da cucire che componevano libri di stoffa in cui ciascuno provava a dare forma alla storia dell’altro, così come per costruire un villaggio, metafora della comunità in cui cerchiamo di trasformare le nostre classi, sono state collegate tra loro le case di cartone realizzate da ciascuno in una costruzione spaziale che occupava metà di un’aula, con scale che salivano verso il cielo e si intrecciavano tra loro come in un quadro di Escher.

Molta musica ha accompagnato le giornate dei cantieri e nel gruppo che ha ricercato sul canto si è scoperto come la dissonanza, che in qualche modo richiama il conflitto, nella musica è regola, perché apre a un cambiamento di rotta e alla ricerca di armonia.

Nella conferenza iniziale abbiamo ascoltato la testimonianza di Rosine, figlia di Paul Le Bohec, tra i maggiori collaboratori di Celestin Freinet, che ha raccontato, tra l’altro, come nel ’68 suo padre si impegnò nell’esperimento di creare le condizioni per dare davvero la parola a tutti, anche a chi non trovava modo di esprimersi nelle tumultuose assemblee di quei mesi. La sociologa Eide Spedicato ha invitato a guardarci dall’uso e abuso della parola “loro”, tesa a costruire distanze invalicabili.

Tutti, insomma, abbiamo sperimentato quanto sia difficile eppure necessario rendere concreta la convinzione che educare è costruire ponti e abbattere muri, com’era scritto nel manifesto di convocazione dei Cantieri di Chieti.

Scritto da Franco Lorenzoni

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