La dittatura felice

La dittatura felice

Fonte: www.pressenza.com

Pubblicità della metro in centro a Berlino (Foto di Silvia Nocera)

 

Questa settimana ho rinfrescato la memoria riguardo ad alcuni concetti che, anche se hanno lontane origini, sento quanto mai attuali: Democrazia, Sovranità, Populismo, Dittatura.

Sul concetto di dittatura nel 1993, sulla Enciclopedia delle scienze sociale di Treccani K. D. Bracher ha scritto quanto segue: “A partire dalla Rivoluzione francese esso [il concetto di dittatura] diventa un concetto chiave della moderna teoria del potere e dei regimi politici. Mentre ‘dispotismo’ e ‘tirannide’ decadono a “denominazioni di antiquariato” (E. Nolte), il concetto di dittatura nell’epoca della democrazia moderna comprende tutte quelle forme di monocrazia che vanno da quella apparentemente legale a quella fondata in modo totalitario sul partito e sul capo, dalla dittatura militare alla ‘democrazia popolare’ e alla ‘dittatura del proletariato’. (…) La congiunzione di elementi legalistico-costituzionali e pseudodemocratico-rivoluzionari fa sì che il concetto di dittatura soddisfi la duplice pretesa dei sistemi di potere moderni: il loro richiamarsi a una legittimità più alta in nome del popolo e della sovranità popolare, ma anche la pretesa alla centralizzazione e alla concentrazione della politica dello Stato, all’omogeneità sociale e alla comunità ideale nel nome di scopi assoluti.”

Nell’interessante lettura che mi sono concessa, ho riscoperto che, fondamentalmente, l’esperienza Russa, ha fatto scuola nei tempi moderni e ha ispirato tutte le forme di populismo e di totalitarismo che i nostri nonni e bisnonni in Europa e i nostri coetanei, o poco più, in America Latina, hanno avuto il privilegio di vivere sulla loro pelle.

Ho rivisto come il concetto di democrazia oggi, non sia tanto antitetico a quello di dittatura. Si calcola, cioè, nell’analisi delle società contemporanee, quanta democrazia sia realmente applicata e non se si tratti o no di democrazia. E così si assume la coesistenza di norme francamente antidemocratiche (come le leggi discriminatorie per es.) nei regimi democratici. E’ bene rinfrescarle certe informazioni ogni tanto.

Mentre leggevo della capacità di far identificare il capo, con lo stato e il popolo dei regimi totalitari, nelle mie orecchie ha riecheggiato la voce di Salvini quando afferma con tutta certezza che “gli italiani” sono con lui. E da quanto lo ripete ci siamo quasi dimenticati che attualmente lui e il suo partito rappresentano il 17% dei voti (non delle intenzioni di voto – verba volant, scripta manent) degli italiani.

Ho compreso anche come il concetto di sovranità provenga dal lontano Medio Evo in cui l’aspetto “politico” e quello “sociale” coincidevano completamente e dove le virtù indiscutibili del re condottiero vennero man mano sostituite dall’abilità politica e dalla capacità di calcolo e contrattuale del leader politico. Nella storia successiva le ideologie autoritarie sono saltate fuori più spesso nei periodi di crisi e di decadenza e il carisma dei capi era senza dubbio un ingrediente fondamentale. “Il carattere carismatico d’un capo o il populismo organizzato dall’alto caratterizzano spesso le pretese di democrazia delle dittature. (…) A differenza del periodo tra le due guerre, dopo il 1945 non era più possibile fare a meno del richiamo alla democrazia: le ideologie anti-democratiche si trasformarono in ideologie parzialmente o tendenzialmente democratiche, le quali basavano la ‘terza via’ tra comunismo e democrazia in modo molto più deciso sull’idea di una ‘sovranità popolare’ sui generis e sulla ispirazione nazionale.” Insomma, l’istituzione dello Stato scricchiola ormai da tempo e, ogni volta che la crepa si allarga, l’onda dei difensori dello stato nazionale si manifestano con i loro populismi e sovranismi, le loro forme autoritarie e la loro cultura antistorica che odora a repressione. La rivoluzione tecnologica alla quale stiamo assistendo apre molti interrogativi e pone i politici contemporanei di fronte a un paesaggio umano profondamente modificato, in cui risulta evidente l’inefficacia del modello economico e sociale tanto difeso in Occidente. Questo è certo. Allora bisogna aprirsi, evolvere ed essere più intelligenti, trovare soluzioni più intelligenti e realizzabili per il bene di tutti.

Già alla fine degli anni ’80 Silo, nelle sue “Lettere agli amici” scriveva così: Lo sviluppo scientifico e tecnologico non può essere messo in discussione per il fatto che alcune scoperte siano state o siano tuttora utilizzate contro la vita ed il benessere. Quando si mette in discussione la tecnologia sarebbe opportuno fare una riflessione preliminare sul carattere del sistema che utilizza l’avanzamento del sapere a fini spuri. Il progresso della medicina, delle comunicazioni, della robotica, dell’ingegneria genetica e di molti altri campi, può ovviamente essere sfruttato per fini distruttivi. Lo stesso vale quando l’utilizzo della tecnologia porta allo sfruttamento irrazionale delle risorse, all’inquinamento industriale, alla contaminazione e distruzione dell’ambiente. Ma tutto ciò mostra la direzione negativa che caratterizza l’economia e i sistemi sociali. Basti questo: tutti sanno che oggi saremmo in grado di risolvere i problemi alimentari dell’intera l’umanità; eppure tutti i giorni dobbiamo prendere atto dell’esistenza di fame, denutrizione e sofferenze subumane perché il sistema non è disposto ad affrontare tali problemi né a rinunciare ai suoi favolosi guadagni in cambio di un miglioramento globale del livello umano.”

Ma allora, dobbiamo forse adattarci a questa “dittatura felice”, travestita da democrazia inefficiente, o si può fare qualcosa? Continua Silo, visionario: “nonostante le tragedie che si annunciano per la decomposizione dell’attuale sistema globale, la specie umana prevarrà su qualsiasi interesse particolare. La nostra fede nel futuro si basa sulla comprensione della direzione della storia che ha avuto inizio con i nostri antenati ominidi. La nostra specie, che ha lavorato e lottato per milioni di anni per vincere il dolore e la sofferenza, non subirà una fine assurda. Ma per comprendere questo è necessario comprendere processi più ampi delle semplici congiunture e dare il nostro appoggio a tutto ciò che va in una direzione evolutiva anche quando risultati immediati non appaiano alla vista. Lo scoramento degli esseri umani valenti e solidali ritarda il cammino della storia. Ma è difficile comprendere il senso del processo umano se la vita personale non viene riorganizzata e orientata in direzione positiva. Qui non sono in gioco fattori meccanici o determinismi storici, qui è in gioco l’intenzione umana che tende sempre ad aprirsi il passo anche di fronte alle più gravi difficoltà.”

Occorre evolvere. Evolvere come società. Evolvere come individui.

Scritto da Silvia Nocera


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