Gruppo di lavoro: I confini del lavoro e le sue forme di autorganizzazione

Gruppo di lavoro: I confini del lavoro e le sue forme di autorganizzazione

 

A cura di Paolo Cacciari, Cristiano Colombi e Manuela Gualdi  

 

Il lavoro occupa un posto fondamentale nelle motivazioni che spingono le persone ad intraprendere attività iscrivibili nel grande campo delle “economie diverse”, che vengono definite in vari modi (ecosolidali, mutualistiche, trasformative…) e che nella definizione prevalente ormai in uso a livello internazionale prende il nome di Economia Sociale e Solidale (vedi i documenti della rete trascontinentale RIPESS).

Le ricerche condotte da vari gruppi e istituti e presentate all’incontro [i materiali sono custoditi nel sito di comune-info.net nella sezione dedicata a Storie del possibile] raccontano esperienze di persone che hanno principalmente il desiderio di svolgere attività il più possibile libere e creative. Libere dai dispositivi di comando e di controllo presenti nelle imprese che operano per il mercato e liberatrici delle attitudini di ciascun individuo. Al fondo, coloro che avviano attività lavorative fuori dai criteri dell’economia mainstream (massima produttività, competizione, ritorno monetario) rivendicano un diritto di esistenza attraverso un lavoro che consenta una auto-determinazione del proprio saper fare. A partire dalle donne, storicamente penalizzate da un modello culturale di stampo patriarcale, gerarchico e strutturalmente violento, basato su sfere superiori e inferiori dicotomiche (corpo/spirito, uomo/donna, competitività/cooperazione). Il lavoro (nell’economia predatoria) è concepito come “manifattura” e mercificazione, non mai come cura di sé, degli altri, del pianeta. Il welfare stesso, che era servito per arginare le falle dell’impatto della deregolamentazione del capitale sulle condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori (insicurezza sociale, rischi disoccupazione ecc.), è morto, inusabile nelle sue forme tradizionali.Una qualche forma di reddito di esistenza incondizionato (Bin) potrebbe funzionare da motore anche dell’economia solidale.

Bisogna quindi pensare ad un processo di riappropriazione della forza (intesa come potenzialità soggettiva a disposizione di ogni individuo) del lavoro e del tempo da parte delle lavoratrici e dei lavoratori. Facciamo nostro il motto delle Banche del Tempo: “Take back your time”.

Non crediamo sia un caso se “lavorare senza padroni” è lo slogan che ricorre più spesso nei casi analizzati: nella Fattoria di Mondeggi, nella fabbrica recuperata Rimaflow,  nelle cooperative di lavoro che hanno rilevato  imprese fallite (WBO), nelle “auto-imprese” individuali e famigliari, artigianali e professionali che costellano la galassia dell’ESS. Ci sembra di aver colto nelle numerose esperienze di vita lavorativa nell’ambito della  ESS [raccolte anche dal sito L’Italia che cambia] una irriducibile richiesta di autonomia e di senso, un “indocibilità  al comando e la rivendicazione al diritto di scelta sulle modalità del proprio lavoro” (Roberto Ciccarelli, forza lavoro, Derive Approdi 2018).

Il lavoro delle ESS, in un contesto fortemente condizionato dalle logiche della “società di mercato”, si svolge lungo un crinale stretto: da una parte la necessità di trovare una redditività minima di sussistenza, dall’altra mantenere la propria autonomia, non lasciarsi incorporare nel sistema della produzione di valore monetario di scambio. Un equilibrio davvero difficile da mantenere, tanto da farci dire che la fragilità (e l’ambivalenza: imprenditori di sé stessi, ma anche inevitabilmente condizionati dalle istituzioni del mercato) sia una caratteristica costitutiva, strutturale del lavoro nelle imprese sociali. Per contro, sono proprio le motivazioni etiche e le finalità sociali poste alla base del lavoro eco-solidale i veri, insuperabili punti di forza dell’ESS. Se queste caratteristiche venissero sterilizzate, verrebbero meno le stesse potenzialità espansive dell’ESS.

In ogni campo economico, infatti, (dall’agroindustria all’energia, dal welfare alla finanza, dal design alla salute…) non c’è business che non tenti di darsi una patina green, social, ethics. Con la direttiva EU 254/2016 è stato reso obbligatorio il Bilancio di sostenibilità a partire dalle grandi imprese quotate in borsa (+ di 500 mln di fatturato). Assistiamo ad un vero boom di certificazioni e attestati (l’ultimo si chiama Benefit Corporation), con relativi complicati e discutibili sistemi valutativi, che dovrebbero comprovare la “responsabilità sociale allargata” delle singole imprese, le benemerenze di industrie, banche, assicurazioni e persino fondi di investimenti finanziari. Il Dow Jones Sustainability Index  che misura l’ESG (Environmental, Social and Corporate Goverment) presenta le migliori performance delle borse azionarie. La “reputazione” è il capitale più ambito dai grandi brand! Segno che risparmiatori e consumatori sono sempre più attratti da quelle imprese che affermano di prestare più attenzione agli impatti ambientali e sociali. Tale sensibilità diffusa tra l’opinione pubblica (che riguarda principalmente la qualità del cibo, la salubrità dell’ambiente, il rispetto dei diritti fondamentali della persona) costituisce il grande potenziale di sviluppo dell’ESS. Non vi è mai stata una “massa critica” così ampia di attenzione del consumatore. Gli stessi obiettivi dell’Agenda 2030 sono in linea con l’ispirazione dell’ESS. C’è un bisogno generale diffuso di sostenibilità. Lo stato di cittadino, infatti, è olistico e va affrontato in modo sinergico: siamo tutti assieme investitori, risparmiatori, produttori, consumatori, lavoratori… e questi ruoli possono essere affrontati sistematicamente solo in ottica di economia solidale: in fin dei conti siamo tutti soci di una unica cooperativa umana! L’innovazione sociale esiste solo se è collettiva, se è cooperante.

Cosa cercano le persone che scelgono di impegnare la propria forza-lavoro, le proprie intelligenze ed energie psicofisiche in attività eco-solidali? Essenzialmente desiderano dare un senso chiaro e positivo al proprio lavoro. Un pioniere dell’agricoltura biologica, Maurizio Gritta, nel raccontare la sua esperienza in un’intervista ha detto: “Abbiamo fatto ortaggi biologici per primi, messo siepi quando altri tagliavano alberi, questi sono tutti atti rivoluzionari”.

I protagonisti delle esperienze di imprese eco-solidali, le lavoratrici e i lavoratori “eco-autonomi”, sono mossi da una presa di coscienza dei danni e dei mali che le attività economiche standard generano e giudicano soggettivamente insopportabile sottostare alla loro disciplina. A costo del rischio di aumentare la propria incertezza economica, gli attori dell’ESS scelgono una strada  mirata ad aumentare le qualità del proprio lavoro. Essenzialmente su tre piani:

  1. lavorare piacevolmente, con soddisfazione, coltivando i propri talenti e le proprie competenze, in modo da rafforzare l’autostima. Ciò che si chiama semplicemente “buona vita”;
  2. lavorare assieme agli altri (colleghi, fornitori, fruitori…) condividendo relazioni affidabili e affettive, paritarie e mutualistiche lungo tutta la filiera; produttiva/distributiva/utilizzatrice/riciclatrice;
  3. lavorare per generare valori d’uso utili, capaci di dare risposte ai bisogni concreti delle persone. Pensare al “lavoro per l’uomo”, come “atto d’amore” (Simon Weil).

Il lavoro nell’ESS, quindi, non è affatto un ripiego, un modo di arrangiarsi sopravvivendo precariamente negli anfratti della società di mercato e dei consumi (self-employed, freelance worker, “lavoretti” della Gig Economy… “cenciaioli in nero”, insomma!) e nemmeno un impiego caritatevole svolto negli interstizi lasciati liberi dal Mercato e della crisi del welfare statale (il Terzo Settore concepito come tappabuchi dei fallimenti delle politiche economiche).  Le attività svolte nell’ambito dell’ESS rivoluzionano il concetto stesso di lavoro (e di economia): da prestazione subordinata, eteronoma, alienata, ad attività emancipatrice di ogni individuo e dell’intera società. Nel modello dell’ESS il lavoro umano vivo è inteso come la principale energia trasformatrice a disposizione della società per soddisfare le proprie esigenze; il lavoro come bene comune relazionale e, allo stesso tempo, come produttore di buone relazioni sociali, come generatore di commons, di comunità aperte, inclusive, capaci di autodeterminare i propri bisogni e di autogovernarsi democraticamente. A fronte della continua svalutazione e svalorizzazione del lavoro nella crisi sistemica del capitalismo neoliberale, il modello dell’Economia Sociale e Solidale è capace di ridare centralità e considerazione sociale, prima ancora che economica e giuridica, alle lavoratrici e ai lavoratori in carne ed ossa. Possiamo affermare, pertanto, che i valori costituzionali degli stati europei sono maggiormente tutelati in un contesto di ESS, piuttosto che in uno “estrattivista”, dominato dalle ragioni del massimo rendimento dei fattori produttivi.

Le attività dell’ESS sono pratiche trasformative dal basso, per loro natura fortemente radicate nei territori e integrate nelle comunità di riferimento, a tutte le scale: familiare, “di prossimità”, locale, bioregionale, continentale, planetaria. Il che significa che hanno bisogno di relazionarsi tra loro creando reti, distretti, piattaforme, strumenti e sistemi di condivisione anche tecnologici, molto evoluti. Ad oggi la risposta è creare comunità locali sostenibili, distretti integrati territoriali.

Queste complessità obbligano le imprese eco-solidali a stringere tra loro rapporti improntati alla cooperazione e alla mutualità. Sono quindi decisivi i modelli imprenditoriali di autogestione posti in essere all’interno di ogni singola impresa ed tra le diverse imprese. Le imprese sociali devono essere partecipate dai lavoratori, ma anche ben gestite. Devono formarsi e dare visibilità al marketing ed al management. La questione della “democrazia economica” (del controllo dei mezzi di produzione e delle plusvalenze), oramai obliterata nelle società di mercato, torna invece ad essere centrale nelle ESS. [Qui possono essere fatti riferimenti “ipertestuali” con gli altri gruppi di lavoro che si sono occupati di “sistemi economici locali”]

Sono molti e diversi i modelli culturali, giuridici e politici presi a riferimento dalle singole esperienze di cui sarebbe utile ricostruire la tassonomia e la genealogia, tenendo però ben presente che spesso nella pratica i modelli si ibridano. Pensiamo al valore insuperato avuto dal cooperativismo e dal mutualismo di stampo socialista, anarchico, repubblicano e cattolico nel corso dell’800. Pensiamo agli “usi civici” (Comunanze, Università agrarie, Regole, Vicinie…) sopravvissuti ai Codici proprietari napoleonici ed oggi riproposti come Domini Collettivi (legge n.168/2017). Pensiamo all’Economia civile che tanto ha influenzato la Dottrina sociale della Chiesa. Pensiamo al Comunitarismo di Adriano Olivetti, ai Centri sperimentali di formazione di Danilo Dolci. Fino ai movimenti latinoamericani dei movimenti indigeni del Buen Vivir, dei Sem Terra, delle fabbriche recuperate. Pensiamo anche alla rinascita dell’artigianato, dell’Art end Crafts, dell’autoproduzione. A questi vari modelli di cooperazione si possono riferire vecchie e nuove istituzioni quali le Cooperative e le Fondazioni di comunità, le reti rurali, i circuiti del commercio equo e solidale, le Comunity Supported Agicolture, le Workers Buyout, gli spazi comunitari autogestiti nell’esperienza  dei beni comuni napoletani e così via.

Nonostante la grande forza attrattiva esercitata dal lavoro nell’economia eco solidale, enormi sono le difficoltà incontrate nelle esperienze pratiche. Sarebbe utile riuscire ad inventariarle. A titolo indicativo proviamo ad elencarne alcune:

  1. troppo bassa la redditività del lavoro svolto (in un contesto socioeconomico dove la ricchezza sociale prodotta non viene distribuita equamente, ad esempio, attraverso un reddito di esistenza)
  2. eccessiva pesantezza del’impegno di lavoro richiesto (auto-sfruttamento, “imprenditori di sé stessi”)
  3. difficoltà nel trovare le giuste modalità relazionali per lavorare armoniosamente in collettivo all’interno e all’esterno dell’impresa
  4. mancanza di riconoscimento e di sostegno pubblico (vedi la legislazione sul Terzo Settore)
  5. scarsa capacità di advocacy e di rappresentanza sindacale tale da riuscire a condensare e soggettivizzare il lavoro “eco-autonomo”
  6. il venir meno dei sistemi di welfare universali capaci di proteggere e garantire le forme di lavoro più fragili, intermittenti, multitasking
  7. mancano indicatori condivisi (autovalutazioni) e adeguati nel misurare le prestazioni. Sarebbero necessari nuovi sistemi di rendicontazione, diversi dal Pil, e regole di base per stare nell’economia solidale come aziende e consumatori; va trovato il minimo comune multiplo ed il massimo comun denominatore, permettendo in questo range un innalzamento dell’asticella della qualità costante. Occorre creare un lessico condiviso per presidiare l’economia solidale
  8. ci sono due diverse generazioni di lavoratori precari: dai 36 ai 53 anni, che ancora mantengono una memoria della fase precedente, e dai 18 ai 35 anni che sono nati nella società del rischio e dell’incertezza, immersi nella Gig-economy che oltre a virtualizzare la mercificazione e individualizzare tutto, si sta rivelando una nuova e più sofisticata tecnologia di “estrazione” dove siamo proprio noi gli esecutori volontari (ma inconsapevoli )
  9. l’e-commerce crea spersonificazione e allontana il prodotto dal produttore tranciando il legame di fiducia
  10. rischio di cooptazione delle esperienze e delle competenze migliori da parte delle imprese entro le logiche di mercato

Nonostante tutte queste problematicità, il sistema di valori su cui poggia l’ESS sembra essere in grado di esercitare una forza attrattiva notevole tra i giovani, le donne ed anche tra uomini già occupati in possesso di buone competenze, ma provati nel profondo del proprio animo a fronte del vuoto di senso del proprio lavoro. Tale forza consente di azzardare l’ipotesi che il lavoro nell’ESS possa essere nel breve periodo in grado di generare una “redditività sociale e civica” (prendendo la definizione contenuta nelle delibere sui beni comuni urbani del Comune di Napoli) così evidente in termini di benefici per la vita delle comunità da riuscire ad attrarre anche investimenti finanziari. “Cooptazione inversa”, la definiscono Michel Bauwens e Vasilis Niaros (Value in the Commons Economy, Heirich Böll Stiftung, 2015). Se così fosse, il lavoro nell’ESS ci aprirebbe la strada verso un’economia postcapitalista.

L’Economia sociale e solidale dovrà anche, inevitabilmente, fare i conti con il nuovo ambiente creato dalle tecnologie informatiche (piattaforme, social ecc.) senza subirle. Così come la Rete ha nel recente passato favorito una certa globalizzazione della solidarietà, ora forse è possibile immaginare e inventare un modo affinché le nuove tecnologie della “rivoluzione digitale” possano diventare uno strumento di ri-socializzazione che il cittadino olistico in carne ed ossa (l’“uomo e la donna planetari” di cui parlava Ernesto Balducci) utilizza per i propri fini di vita buona, bene comune, comunità.


 

  1. I confini del lavoro e le sue forme di autorganizzazione

Comunicatori/trici

Adriana Maestro  Mediterraneo Sociale  Oltre la crescita e oltre il lavoro

Antonia De Vita ricercatrice dell’università di Verona Co-Fondatrice del gruppo di ricerca TilT – Territori in libera transizione a ricerca svolta nell’ambito dell’università di Verona da Lucia Bertell, Giorgio Gosetti, Federica De Cordova, Antonia De Vita e pubblicata nel volume Senso del lavoro nelle economie diverse. Uno studio interdisciplinare edito da Franco Angeli; Materiali: Abstract Senso del lavoroAbstract Bilanci di Giustizia TiLT

Rachele Serino e Sandro Gobetti. Basic Income Network Italia. Presentazione ricerca Generazioni precarie. Percezione del rischio, bisogni emergenti, welfare dal basso (2017); Pie News/Commonfare Project Programma Horizon 2020.

Salvatore Monni Dipartimento di Economia Roma Tre Alessio Realini Ricercatore Dipartimento di Economia Roma Tre Lavoro cooperativo e Workers’ buyout: definizioni e caratteristiche

Materiali: I WORKERS’ BUYOUT: L’ESPERIENZA ITALIANA, 1986-2016 ; CAPI_Monni-et-al_WBOCAPII_Monni-et-al_WBO-ITA / CAPIII_Benisio_Fenix-Pharma

Donato Nubile Presidente Smart, società mutualistica per artisti

Discussant

Bartolo Mancuso  Giurista del Lavoro , Primi spunti di riflessione tra lavoro, reddito e innovazione tecnologica

Cristiano Colombi Professore incaricato presso la Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino

Fulvia Mantovani Cooperativa Iris Materiale ; Come si innesca un processo partecipativo per la costruzione di una proprietà collettiva?

Lucia Cuffaro Presid.  Movimento per la Decrescita Felice (Mdf)

Manuela Gualdi Segreteria del Tavolo dell’Economia Solidale Trentina

Paolo Cacciari  Ricercatore e saggista Autore del testo 101 piccole rivoluzioni. Materiali: Abstract Proposta di ricerca: il lavoro come bene relazionale comune nell’economia solidale e Una selezione arbitraria di casi utili allo studio delle forme di organizzazione del lavoro nelle esperienze di economia solidale

 

Cartelloni

 


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